Vivere il carcere in sicurezza, ecco la nostra proposta

13 Luglio 2020

Vivere il carcere in sicurezza, ecco la nostra proposta
Non è una battaglia tra detenuti e poliziotti

Aumenta il fenomeno delle aggressioni da parte dei detenuti ai danni del personale di polizia penitenziaria, regna il sovraffollamento e diminuisce la sicurezza, a scapito del personale che lavora nelle carceri. Servono nuove regole che diano dignità al percorso dei detenuti e sicurezza ai lavoratori. Le vecchie misure non sono efficaci. La nostra proposta, presentata oggi al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, è quella della ‘progressione premiale’, un modello che valorizza il percorso rieducativo dei detenuti e che tutela il personale.

 

Da sempre è in corso una diatriba su come dovrebbe funzionare il sistema delle carceri in Italia, su quanto sia realistica la possibilità del detenuto di riscattarsi e reintegrarsi nella società. Uno scontro epico tra chi vede quelle quattro mura come una semplice punizione e chi ne coglie l’aspetto rieducativo. E in questa diatriba c’è chi, da una parte, ha a cuore i diritti del detenuto e chi, dall’altra, pensa alla sicurezza degli agenti di polizia penitenziaria e di tutte le altre figure che lavorano nel carcere. Come se una delle due cose dovesse escludere l’altra. Il carcere è un ambiente che il detenuto tanto quanto il poliziotto e tutte le figure che ci lavorano, hanno il diritto di vivere con serenità e secondo il fine stesso per cui è pensato.

Convivere in un sistema detentivo costruttivo per il detenuto e sicuro e funzionale per i lavoratori è possibile, ma i problemi di sovraffollamento che le carceri italiane si trascinano da tempo ne hanno impedito la realizzazione. Basti pensare che la popolazione detenuta è aumentata in soli 4 anni di oltre 8 mila unità (passando dalle 52.164 del 2014 alle 60.760 del 2019). Oggi gli istituti penitenziari sono suddivisi in ‘circuiti detentivi’ in relazione ai reati commessi, e ad ognuno di essi dovrebbe corrispondere una diversa offerta trattamentale e una diversa vigilanza. Ma a causa del perenne sovraffollamento, la maggior parte delle carceri si sono trasformate in contenitori con detenuti in eccesso e di tutti i tipi.

Ma come ristabilire un’organizzazione sicura e dignitosa per lavoratori e detenuti? La nostra proposta, presentata oggi al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, è quella di applicare la cosiddetta ‘logica della progressione premiale’. Cosa significa? Significa che la detenzione, per permettere il riscatto sociale del detenuto e per garantire la sicurezza di chi lavora, deve essere pensata come un percorso progressivo diviso in step. Vediamoli.

 

LA NOSTRA PROPOSTA: LA PROGRESSIONE PREMIALE

Primo step: il detenuto ha l’obiettivo di rispettare tutte le regole dell’ordinaria convivenza e deve partecipare ad un programma trattamentale con risultati positivi, partecipando anche ad attività lavorative volontarie. In questa fase l’apertura della camera detentiva è minima e la vigilanza attenta e costante.

La vigilanza deve avvenire con modalità differenti che non prevedano il contatto diretto che esporrebbe il personale di polizia penitenziaria ad un rischio troppo alto. Inoltre, visto il costante aumento del fenomeno di aggressioni al personale, i poliziotti devono potersi difendere: una soluzione potrebbe essere quella di dotarli di taser elettrico. In generale, la sezione deve essere resa più sicura: sistemi anti-scavalcamento sul muro di cinta, video-sorveglianza, postazioni di sentinella protette, impianto di allarme centralizzato e altro ancora.

Secondo step: se il detenuto ha guadagnato la fiducia dell’amministrazione, il programma prosegue. In questa fase ha più tempo a disposizione da trascorrere fuori dalla camera detentiva, sempre in compagnia di detenuti che stanno facendo lo stesso percorso. La vigilanza verrà proporzionata al tipo di detenuti e di reato. In caso di condotta contraria alle regole e di violazione del patto di fiducia instaurato, il detenuto viene retrocesso al primo livello.

 

Apertura delle camere detentive.

Pensare che si recuperi la sicurezza all’interno delle carceri chiudendo i detenuti in cella per 22 ore al giorno è del tutto fuori strada. In questo modo si può produrre unicamente un aumento esponenziale dell’aggressività. Il detenuto deve essere spronato a vivere la propria detenzione in modo virtuoso: l’offerta di un maggior tempo da vivere all’esterno della camera detentiva è un’opportunità che, se sfruttata, consente la conquista di una vita detentiva migliore. Al contrario, non cogliere questa opportunità e assumere una condotta contraria all’ordine e alla sicurezza e tradire la fiducia concessa, significa privarsi di progredire verso condizioni migliori.

Ampliamento delle opportunità lavorative.

Il lavoro è un elemento fondamentale dentro il carcere: dà dignità alla condizione restrittiva e disincentiva dalla perpetrazione criminale. E’ inoltre uno strumento di nuove opportunità, che può favorire un giudizio positivo nei confronti dei detenuti che gli permetterà di accedere allo step successivo del percorso di progressione premiale.

 

Una proposta, la nostra, che tenta di ridare dignità al percorso detentivo e vuole tutelare il personale di polizia penitenziaria, gli educatori, gli assistenti sociali, i dirigenti e tutte le figure che operano nel carcere, che non possono lavorare sentendo minacciata la propria incolumità. Questa non è una battaglia tra carcerati e carcerieri, è una battaglia per la dignità di tutti. E dobbiamo vincerla.

 

Il documento con la nostra proposta

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