Prima è arrivata la mobilità inter-enti. L’Amministrazione aveva promesso al Nord: “Arriveranno colleghe e colleghi, faremo un concorso dedicato solo a voi”. Al tavolo sindacale, a ruota, il rilancio era sempre lo stesso: “Iscrivetevi, vi faremo tornare a casa”.
Poi ha bussato alla porta la realtà. Non solo i posti al Sud esistono, ma si bandisce addirittura un concorsone Ripam che prevede nuove assegnazioni. E così, tanti saluti a chi sperava nella stabilizzazione attraverso l’assegnazione temporanea.
Poi è toccato al contratto integrativo. I differenziali? Per pochi, anzi pochissimi. Gli assunti del 2023 sono esclusi e chi avrebbe titolo a partecipare è costretto a contendersi le briciole.
Su una platea di circa seimila dipendenti, appena tremila potranno strappare il biglietto della lotteria “vincente”. Gli altri finiscono in un cono d’ombra, mentre gli Harry Flopper de noantri già si proiettano nelle nuove promesse: “Restate con noi, al prossimo giro sistemiamo tutto”.
Su sette organizzazioni sindacali, una sola sigla – sempre la stessa – ha avallato un’intesa a perdere. Tanto, il conto lo pagano i lavoratori.
Infine, la valutazione intermedia. Abbiamo ascoltato i vertici spendere parole al miele per i dipendenti, definiti il volto migliore del welfare del Paese. Poi, però, arrivano i giudizi: e piovono valutazioni di mediocrità.
Colleghe e colleghi che lavorano su programmi in fase di dismissione, e ogni giorno si spendono per i cittadini come servitori dello Stato, vengono trattati da automi “rispondenti”, alunni “bravi ma che non si applicano”.
E non è finita. Il peso delle “pagelline” cresce ulteriormente: i 42 punti non sono più parte di un do ut des con cui l’Amministrazione garantiva il riconoscimento della professionalità di tutti ai fini del differenziale. No. Diventano sistema, in palese contrasto con la stessa dichiarazione congiunta firmata da tutte le parti nell’integrativo 2024.
È stato un anno nero, l’anno senza la CGIL al tavolo. L’anno in cui è mancata “per davvero” la voce di chi ogni giorno opera per il Paese.
Sarà bene ricordarlo: la scelta su che tipo di sindacato vi rappresenta non si fa una volta ogni tre anni. La fate ogni giorno.
Giuseppe Lombardo