INPS – Il valore di un NO

19 Marzo 2026

Le riforme della giustizia, soprattutto quando toccano la Costituzione, dovrebbero nascere da una necessità condivisa. Non da una suggestione politica, non da una narrazione semplificata. Perché intervenire sugli equilibri che regolano il rapporto tra i poteri dello Stato significa mettere mano alla struttura stessa della democrazia.

Il referendum che ci accingiamo a votare parte da un presupposto implicito: che la giustizia italiana soffra di un problema strutturale di imparzialità, che i giudici siano troppo vicini ai pubblici ministeri, che da questa vicinanza discenda una distorsione del processo.

È un’immagine potente, perché suggerisce una giustizia inclinata. Ma è un’immagine che non trova un riscontro chiaro nei dati: i processi italiani non registrano evidenze critiche sulle assoluzioni, segno che il giudice non si limita a ratificare le richieste dell’accusa.

Il rischio, allora, è che la riforma nasca più da una percezione politica che da una necessità istituzionale, intaccando assetti che nel tempo hanno garantito un equilibrio delicato, pur tra mille difficoltà.

Prendiamo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Presentata come un atto di modernizzazione, essa comporta una trasformazione profonda. Nel modello italiano

storicamente il pubblico ministero non è soltanto l’accusatore: è un magistrato che partecipa alla ricerca della verità processuale e che, per legge, deve cercare anche le prove favorevoli all’indagato. Questa impostazione riflette l’idea che la giustizia non sia un campo di battaglia tra due parti perfettamente contrapposte, ma uno spazio istituzionale in cui lo Stato persegue la verità nel rispetto delle garanzie.

Separare le carriere è un tabù? Non per forza. Ma se lo spirito della riforma – stando alle parole stesse di chi l’ha scritta – è quello di “concludere la guerra dei trent’anni” o, peggio, liquidare “la magistratura che è un plotone di esecuzione”, è inevitabile che il fatto politico dietro al testo sia il vero oggetto della contesa elettorale. Perché è il fatto politico che spinge il sistema verso un modello diverso, più polarizzato e non necessariamente più giusto.

Ancora più significativa è la trasformazione prevista per il Consiglio Superiore della Magistratura. Il ricorso al sorteggio quale metodo elettivo viene presentato come un rimedio alle degenerazioni delle correnti. Ma il sorteggio non elimina il problema della rappresentanza e della responsabilità: lo aggira. Sostituisce la scelta con il caso, come se la complessità del governo della magistratura potesse essere affidata alla neutralità della sorte.

Passiamo dall’uno vale uno all’uno vale l’altro. Una soluzione posticcia, più simbolica che istituzionale, adatta a segnalare una rottura con il passato, non a costruire un equilibrio migliore.

Lo stesso vale per la nuova Alta Corte disciplinare. Anche qui la riforma promette maggiore severità e controllo. Ma i dati disponibili indicano che il sistema disciplinare attuale produce procedimenti e sanzioni in misura significativa. La domanda, dunque, rimane aperta: perché cambiare un meccanismo senza dimostrare con chiarezza la sua insufficienza?

Alla fine, lo ribadiamo, il nodo è politico prima ancora che giuridico. Questa riforma non interviene sui problemi che i cittadini incontrano davvero quando entrano in un’aula di tribunale: la lentezza dei processi, la carenza di personale (e quindi la necessaria stabilizzazione di tutti i precari, le cui sorti sono ancora incerte), l’inefficienza organizzativa. Tutto questo non c’è.

C’è, invece, un intervento sull’architettura costituzionale in cui opera la magistratura, un’operazione che ridisegna i rapporti di forza e i meccanismi di autogoverno sulla base di una valutazione unilaterale compiuta dall’Esecutivo, che ha blindato il testo prima di ogni discussione di merito, svilendo anche la funzione del Legislativo.

È una scelta discutibile, e proprio perché è così profonda richiederebbe una giustificazione altrettanto solida.

Per questo insieme di ragioni, il NO non è una difesa conservatrice dello status quo come si paventa da più parti. È una richiesta di serietà istituzionale per una riforma all’insegna della giustizia giusta.

Significa dire che la Costituzione non si modifica per inseguire una stagione politica, né per correggere le frustrazioni accumulate nel rapporto tra certa politica e magistratura.

Le riforme che cambiano davvero un Paese sono quelle che nascono da un bisogno e che migliorano concretamente la vita dei cittadini. Quando ciò manca, la prudenza non è immobilismo: è senso di responsabilità.

E talvolta, nella storia delle istituzioni, la forma più alta di responsabilità consiste proprio nel dire No.

Quello che faremo il 22 e 23 marzo nella speranza di discutere seriamente i problemi di chi vive e lavora in questo Paese. Una giustizia giusta, una sanità che funzioni, stipendi dignitosi e maggiori diritti. Buon voto!

Coordinatore nazionale FP CGIL INPS

Giuseppe Lombardo

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