C’è qualcosa di profondamente rivelatore in quello che sta accadendo in queste settimane.
Da un lato, in un’aula di tribunale, INPS sostiene che sia meglio non liquidare il TFS tutto insieme perché il dipendente pubblico, evidentemente, potrebbe non reggere l’emozione: troppi soldi, troppa euforia, decisioni sbagliate.
Dall’altro, negli uffici, lo stesso dipendente viene messo alla prova con email-trappola, perché
— si deve dedurre — non sarebbe nemmeno in grado di capire se un messaggio è vero o è un tentativo di phishing. Cavie di un esperimento informatico.
A pensarci è paradossale: si progetta un sistema di performance per cui tutte le sedi risultano misticamente eccellenti, ma poi si trattano i dipendenti alla stregua di una banda di stupidi. C’è qualcosa che stride, anche perché parliamo di persone che ogni giorno istruiscono pratiche, applicano norme, gestiscono risorse pubbliche e garantiscono il funzionamento dello Stato.
Viene allora il dubbio che il problema non sia il dipendente, ma lo sguardo con cui lo si osserva. L’idea distorta che si ha di chi sta dietro uno sportello, tartassato ogni giorno da una cittadinanza sempre più esasperata, e quel che è peggio abbandonato da un’Amministrazione che in due anni non ha portato neppure mezza deroga al Fondo Risorse Decentrate, caso di studio nelle Funzioni Centrali. Solo promesse, solo chiacchiere.
Dietro queste scelte — una memoria difensiva che sfiora il paternalismo e test costruiti come tranelli — emerge un’idea precisa: che il lavoratore vada corretto, guidato, messo alla prova. Quello che vediamo con le pagelline.
Il punto, però, è ormai evidente: non è il lavoratore a dover dimostrare di essere all’altezza. È l’Amministrazione che deve darsi una svegliata.
Giuseppe Lombardo