La Pubblica Amministrazione italiana continua a mostrare segnali evidenti di invecchiamento e difficoltà nel rinnovamento della propria forza lavoro. I dati più recenti confermano come la fascia d’età più numerosa sia ancora quella compresa tra i 55 e i 59 anni, un elemento che fotografa un sistema incapace di rigenerarsi e sempre più esposto, nel breve periodo, a una riduzione significativa del personale in servizio.
All’interno di questo quadro generale, la situazione dell’INPS non splende. Ad aprile 2026 il personale in servizio nel comparto è sceso a 22.922 unità, un dato che conferma una tendenza ormai strutturale alla contrazione degli organici. Non si tratta di una dinamica fisiologica, ma del risultato diretto di scelte politiche nefaste, che negli anni hanno impedito un adeguato turnover e non hanno previsto investimenti sufficienti sul lavoro pubblico.
Le conseguenze ricadono interamente sulle lavoratrici e sui lavoratori, chiamati a sostenere carichi sempre più gravosi in condizioni organizzative sempre più complesse.
Questa progressiva riduzione del personale si accompagna a un altro elemento di forte criticità: la perdita di competenze e, allo stesso tempo, la crescente difficoltà ad attrarre nuove professionalità.
Nei prossimi anni una parte consistente delle risorse attualmente in servizio raggiungerà l’età pensionabile e, in assenza di un piano straordinario di assunzioni nella PA, il rischio è quello di un impoverimento significativo del patrimonio professionale del soggetto pubblico. Tradotto alle nostre latitudini: diventerà sempre più difficile garantire continuità, qualità ed efficacia dei servizi offerti ai cittadini.
A questa situazione già complessa si aggiunge una dinamica retributiva che continua a penalizzare il personale. L’erosione del fondo si sposa con la torsione sui differenziali economici, che ha compromesso le prospettive di crescita professionale ed economica.
Il risultato è un sistema che richiede competenze sempre più elevate ma che non le riconosce adeguatamente, con ricadute evidenti sulla motivazione e sulla permanenza in servizio.
Lo diciamo da luglio, adesso tutti se ne stanno accorgendo: il Blocca Carriere firmato da una sola organizzazione è una tagliola punitiva che i lavoratori non meritavano. Particolarmente penalizzati risultano gli assunti negli ultimi anni e coloro che hanno intrapreso percorsi di progressione verticale. Il modello attuale ha creato una zona di compressione retributiva e di scarsa valorizzazione proprio per quelle figure che dovrebbero rappresentare il futuro dell’Istituto e per chi ha la memoria storica, alimentando un senso diffuso di iniquità e disincentivando l’investimento sul percorso lavorativo all’interno dell’ente.
Una realtà come l’INPS, che rappresenta un presidio fondamentale per la tutela dei diritti sociali, non può sostenere a lungo un processo di progressivo indebolimento senza compromettere la propria funzione.
Coordinatore nazionale FP CGIL INPS
Giuseppe Lombardo