Inps – LA PAROLA CHE MANCA

27 Aprile 2026

 

A due giorni dal 25 aprile, Festa della Liberazione, registriamo con preoccupazione un fenomeno curioso: sembra sempre più difficile, per molti, completare una frase elementare. “Liberazione”… da cosa, esattamente?

Anche quest’anno, in troppi contesti istituzionali — e, fatto ancor più grave, perfino in ambito sindacale — abbiamo assistito a una forma di smemoratezza selettiva. Abbondano le formule generiche, le frasi asettiche, i richiami indistinti alla ritrovata democrazia, mentre scompare, con una certa ostinazione, il soggetto storico da cui ci siamo liberati: il fascismo, rimosso dalla Resistenza partigiana.

Un’assenza quasi imbarazzante. Come se evocarlo fosse diventato sconveniente, “divisivo”, o semplicemente fuori moda. Eppure non si tratta di un dettaglio accessorio: il 25 aprile ha importanza perché segna la fine di una dittatura che aveva demolito diritti, represso il dissenso, perseguitato lavoratrici e lavoratori, torturato e ucciso, fino a trascinare il Paese nel disastro.

Non un generico “passato difficile”, ma un regime preciso, con un nome preciso. Anche se alcuni fanno finta di niente.

Colpisce, e preoccupa di conseguenza, che ci siano oggi esitazioni nel dirlo apertamente, che qualcuno non mandi neppure un volantino, pesando la propria adesione alla democrazia sulla bilancia di fini meno nobili. Quando si evita di dire da cosa ci si è liberati, si finisce per svuotare di senso ogni istituto.

Il 25 aprile non ha bisogno di perifrasi o di equilibrismi lessicali. Ha bisogno di una parola in più: fascismo. Che può essere declinata solo in un modo: come fenomeno da contrastare, combattere, censurare con ogni fibra del corpo. Nel solco della Costituzione.

Se anche questa parola diventa difficile da pronunciare, se non riusciamo a dire da cosa ci siamo liberati per opportunismo o peggio per convinzione, allora il problema non è la ricorrenza ma ciò che stiamo diventando.

Coordinatore nazionale FP CGIL INPS

Giuseppe Lombardo

 

 

 

 

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