INPS – In che mani siamo!

20 Febbraio 2026

Il Blocca-Carriere, l’accordo integrativo per il 2025 firmato da una sola sedicente organizzazione sindacale, non ha compromesso soltanto il riconoscimento dei differenziali per oltre tremila lavoratrici e lavoratori dell’Ente, pregiudicandone il percorso professionale e alimentando la conflittualità generazionale; ha minacciato, e frontalmente, la sicurezza economica di moltissimi colleghi.

Abbiamo rischiato di perdere migliaia di euro!

A dirlo non sono i pericolosi trinariciuti della FP CGIL, che ostinatamente — bontà loro — continuano a fare sindacato per davvero, ma è lo stesso accordo-toppa, il verbale attuativo con cui le parti firmatarie del CCNI hanno dovuto precisare alcune “sviste” della negoziazione.

Ma quali sarebbero questi errori sfuggiti a chi quell’accordo lo ha scritto, firmato o avallato?

Partiamo dal primo intoppo, una distrazione tutt’altro che innocua, che ha rischiato di bruciare i salari di chi lavora in Istituto. Il TEP, o trattamento economico di professionalità, matura dopo un anno: l’articolo 9 del CCNI 2020-2021, richiamato da ogni successivo contratto, lo ha stabilito con chiarezza, prevedendo che spetti al personale che abbia maturato un anno continuativo di servizio presso l’INPS.

Una clausola non casuale, pensata in primo luogo per premiare la professionalizzazione; e, in secondo luogo, per evitare che i costi di una distribuzione a pioggia finissero per impattare subito sul fondo incentivante, gravando sugli stipendi.

All’inizio l’Amministrazione imponeva ventiquattro mesi di attesa; fu proprio l’azione sindacale, allora condivisa, a convincere l’Amministrazione a rivedere tale scelta, per rendere economicamente più attrattivo l’Ente e agevolare i neoassunti. Una simile scelta era un punto d’equilibrio.

Bene, il Blocca-Carriere aveva omesso proprio quel richiamo ai tempi: così il fondo avrebbe potuto svuotarsi rapidamente, con conseguenze dirette sulle buste paga di tutti.

Una misura suicida, senza giri di parole, che ha imposto un correttivo onde evitare pesanti ripercussioni sull’erogazione degli incentivi. E non è finita qui.

Sul tema degli infermieri abbiamo già scritto (link): si è rischiata una contestazione d’indebito per chi non opera nella disabilità, perché al 30 dicembre chi ha sottoscritto il contratto ha deciso che l’indennità spettasse solo a chi aveva lavorato nelle commissioni per l’accertamento sanitario dell’invalidità.

Una norma retroattiva dal primo gennaio che, oltre a restringere drasticamente il campo dei beneficiari, intervenendo a posteriori avrebbe potuto tradursi in massicci recuperi in busta paga.

La stessa sorte avrebbe potuto colpire gli elaboratori d’immagini o chi coordina l’attività degli autisti: lavoratrici e lavoratori ai quali l’Istituto avrebbe potuto chiedere somme indietro dall’oggi al domani.

Se a ciò aggiungiamo il trattamento punitivo riservato a chi fa sportello (link), nodo non affrontato dall’intesa dunque ancora pendente, possiamo tirare le somme.

La ratifica del verbale correttivo è senza dubbio un passo importante e chiarisce che l’intenzione dell’Amministrazione non era fare cassa sui dipendenti.

Restano però alcune domande che non smetteremo di porre:

  1. Chi firma un contratto con errori così evidenti?
  2. Cos’è passato per la testa a chi, sul finire di luglio, ha deciso che il testo andava bene così, punto e basta?

  3. Cos’hanno pensato le parti firmatarie quando hanno esposto tutti i lavoratori dell’Istituto a rischi tanto concreti?

Coordinatore nazionale FP CGIL INPS
Giuseppe Lombardo

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