Le riforme della giustizia, soprattutto quando toccano la Costituzione, dovrebbero nascere da una necessità condivisa. Non da una suggestione politica, non da una narrazione semplificata. Perché intervenire sugli equilibri che regolano il rapporto tra i poteri dello Stato significa mettere mano alla struttura stessa della democrazia.
Il referendum che ci accingiamo a votare parte da un presupposto implicito: che la giustizia italiana soffra di un problema strutturale di imparzialità, che i giudici siano troppo vicini ai pubblici ministeri, che da questa vicinanza discenda una distorsione del processo.
È un’immagine potente, perché suggerisce una giustizia inclinata. Ma è un’immagine che non trova un riscontro chiaro nei dati: i processi italiani non registrano evidenze critiche sulle assoluzioni, segno che il giudice non si limita a ratificare le richieste dell’accusa.
Il rischio, allora, è che la riforma nasca più da una percezione politica che da una necessità istituzionale, intaccando assetti che nel tempo hanno garantito un equilibrio delicato, pur tra mille difficoltà.
Prendiamo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Presentata come un atto di modernizzazione, essa comporta una trasformazione profonda. Nel modello italiano
storicamente il pubblico ministero non è soltanto l’accusatore: è un magistrato che partecipa alla ricerca della verità processuale e che, per legge, deve cercare anche le prove favorevoli all’indagato. Questa impostazione riflette l’idea che la giustizia non sia un campo di battaglia tra due parti perfettamente contrapposte, ma uno spazio istituzionale in cui lo Stato persegue la verità nel rispetto delle garanzie.
Separare le carriere è un tabù? Non per forza. Ma se lo spirito della riforma – stando alle parole stesse di chi l’ha scritta – è quello di “concludere la guerra dei trent’anni” o, peggio, liquidare “la magistratura che è un plotone di esecuzione”, è inevitabile che il fatto politico dietro al testo sia il vero oggetto della contesa elettorale. Perché è il fatto politico che spinge il sistema verso un modello diverso, più polarizzato e non necessariamente più giusto.
Passiamo dall’uno vale uno all’uno vale l’altro. Una soluzione posticcia, più simbolica che istituzionale, adatta a segnalare una rottura con il passato, non a costruire un equilibrio migliore.
Lo stesso vale per la nuova Alta Corte disciplinare. Anche qui la riforma promette maggiore severità e controllo. Ma i dati disponibili indicano che il sistema disciplinare attuale produce procedimenti e sanzioni in misura significativa. La domanda, dunque, rimane aperta: perché cambiare un meccanismo senza dimostrare con chiarezza la sua insufficienza?
C’è, invece, un intervento sull’architettura costituzionale in cui opera la magistratura, un’operazione che ridisegna i rapporti di forza e i meccanismi di autogoverno sulla base di una valutazione unilaterale compiuta dall’Esecutivo, che ha blindato il testo prima di ogni discussione di merito, svilendo anche la funzione del Legislativo.
È una scelta discutibile, e proprio perché è così profonda richiederebbe una giustificazione altrettanto solida.
Per questo insieme di ragioni, il NO non è una difesa conservatrice dello status quo come si paventa da più parti. È una richiesta di serietà istituzionale per una riforma all’insegna della giustizia giusta.
Le riforme che cambiano davvero un Paese sono quelle che nascono da un bisogno e che migliorano concretamente la vita dei cittadini. Quando ciò manca, la prudenza non è immobilismo: è senso di responsabilità.
Quello che faremo il 22 e 23 marzo nella speranza di discutere seriamente i problemi di chi vive e lavora in questo Paese. Una giustizia giusta, una sanità che funzioni, stipendi dignitosi e maggiori diritti. Buon voto!
Giuseppe Lombardo