Da quando, nel 2024, è stato deciso di intervenire radicalmente sul sistema di misurazione e valutazione della performance (tanto da non consentire più la confrontabilità fra un anno e l’altro) una cosa non è mai cambiata, l’equivalenza “1 punto = 1 ora”, in base alla quale il coefficiente di omogeneizzazione è espressione del tempo di lavoro.
È dunque fuorviante sostenere il contrario, come è stato ripetuto anche di recente e da più parti (non solo dall’Amministrazione, sic!).
Facciamo un passo indietro. L’obiettivo standard del 124, che pure non abbiamo mai considerato intoccabile, si fondava su una stima chiara: 7 ore di lavoro per 22 giorni, con un’ipotesi di presenza effettiva – al netto di ferie, formazioni e simili – pari all’81%.
Con quel modello, basato su uno standard di produttività uguale per tutti, chi disponeva di maggiori risorse (cioè di più dipendenti) era chiamato a produrre più punti. Cambiava il contributo in termini di produzione totale, non la produttività richiesta a ciascuno.
Un esempio per capirci
Se una Direzione Regionale produce 500.000 punti all’anno, pari a 500.000 ore di lavoro, con 417 lavoratori, ogni lavoratore realizza in media 100 punti al mese, equivalenti a 100 ore di lavoro mensili.
La stessa produttività individuale si riscontra in una Direzione Regionale che produce 250.000 punti con la metà dei lavoratori: cambiano i volumi complessivi, ma non l’impegno medio per addetto.
Diverso è il caso di una Direzione Regionale che produce 400.000 punti all’anno con gli stessi 417 lavoratori: in questo caso la produttività media scende a 80 punti al mese per lavoratore, cioè 80 ore di lavoro mensili.
Ne consegue che fissare obiettivi di produzione diversi tra regioni significa imporre carichi di lavoro in ore differenti ai singoli lavoratori a seconda del territorio, a parità di mansioni e di orario contrattuale.
Il risultato finale
Il superamento del 124 attraverso la regionalizzazione degli obiettivi ha aperto quello che possiamo definire un vero e proprio vaso di Pandora.
Il sistema ibrido che ne è venuto fuori ha fatto saltare gli equilibri, introducendo meccanismi che rompono il principio di uguaglianza sostanziale tra lavoratrici e lavoratori.
Paventando questo rischio, il primo dicembre 2023 scrivevamo: “Un conto, a nostro avviso, è studiare degli elementi di manutenzione del sistema; altro, invece, è rendere meno chiare le regole della parametrazione iniziale. Su questo continuiamo a chiedere un approfondimento chiarificatore, al netto delle rassicurazioni sulla negoziazione che l’Amministrazione ha fornito in merito a un preventivo confronto, di anno in anno, con le diverse Direzioni Regionali. Non vorremmo che l’adozione di un modello di miglioramento tarato sede per sede, anno per anno, porti a determinare a regime disparità nei meccanismi di produzione. L’obiettivo del sistema deve riflettere coerenza, non far sì che una sede andata bene debba magari avere un obiettivo ancora più “sfidante” per l’anno successivo, differenziando così la quantità di lavoro sui singoli territori”.
È andata esattamente come avevamo previsto e vediamo adesso che qualche organizzazione finalmente inizia a prendere coscienza della serietà delle nostre denunce.
La nostra posizione
In questo scenario, il rischio è evidente: chi oggi lavora bene sarà chiamato a lavorare molto meglio, mentre chi lavora male dovrà fare solo un po’ meno male.
Questo non è un modello equo, né sostenibile. È necessario riaprire una riflessione seria e trasparente sui criteri di misurazione della performance, riaffermando il principio che a parità di lavoro devono corrispondere obiettivi e valutazioni comparabili, indipendentemente dal territorio di appartenenza. Solo così si tutela il lavoro, si valorizza la professionalità e si difende realmente il valore pubblico dell’azione amministrativa.
Giuseppe Lombardo
La promessa era chiara: arriverà nuovo personale, sfrutteremo ogni possibilità concessa, e la prima vera boccata d’ossigeno per le sedi del Nord arriverà dalla mobilità interenti. Una presa di posizione netta, tesa a rassicurare i territori.
Questo leitmotiv è stato ripetuto per circa un anno e mezzo, con la sola CGIL in prima linea nel chiedere: come verranno parametrate le carenze d’organico?
Banalmente, se le Direzioni provinciali si stanno svuotando, le agenzie sono cronicamente in debito d’ossigeno.
Un ente come il nostro, che fonda il proprio valore sulla prossimità territoriale, può davvero permettersi di abbandonare interi presìdi? Possiamo accettare, passo dopo passo, un lento e inesorabile arretramento dai territori, con la conseguente compressione dei diritti?
E ancora: è accettabile che l’accesso allo smart working venga subordinato alle condizioni di criticità strutturale di una sede? Che l’assenza di personale si traduca in obblighi di presenza differenti da territorio a territorio?
Di fronte a questa obiezione, e alla richiesta di parametrare in maniera trasparente le carenze a livello di agenzia, non ci saremmo aspettati di vedere un bando di mobilità inter-enti aperto anche al centro sud.
Intendiamoci: non riteniamo uno scandalo le assegnazioni nel Mezzogiorno, per quanto non originariamente previste. È evidente che anche in questi territori l’avvicendarsi dei pensionamenti determina una progressiva erosione della forza lavoro e i numeri non sono esorbitanti. Ma diciamolo con chiarezza:
per quale ragione una Direzione regionale può rifiutare le assegnazioni, invitando lavoratrici e lavoratori a ripiegare sul lavoro agile, e al contempo sceglie di avocare a sé nuove risorse provenienti da altre realtà istituzionali?
Se gli spazi fisici non esistono per i primi, come è possibile che si rendano disponibili per i secondi?
Si tratta di una clamorosa mancanza di rispetto nei confronti di chi aspira al ricongiungimento familiare, spesso in presenza di minori o di parenti affetti da patologie che rendono molti lavoratori pendolari e caregiver.
Una mancanza di rispetto che, alla vigilia di Natale, risulta ancora più stridente se confrontata con la missione che l’Istituto dovrebbe perseguire: la tutela dei diritti delle persone.
Coordinatore nazionale FP CGIL INPS
Giuseppe Lombardo
Al Segretario generale Pres. Franco Massi
Al Vice Segretario generale Cons. Francesco Targia
Alla Dirigente generale AA.GG. Dott.ssa Laura Cicchetti
Al Dirigente generale Dott. Paolo Vespasiani
e p.c. All’Ufficio Relazioni Sindacali
Al Personale della Corte dei conti
Oggetto: Richiesta di installazione nelle sedi regionali della Corte dei conti di erogatori di acqua potabile gratuita.
Come già avvenuto nelle sedi romane, la scrivente Organizzazione Sindacale, chiede che vengano istallati erogatori di acqua potabile gratuita, in tutte le sedi della Corte dei conti, o comunque, in tutte quelle ove non siano stati ancora istallati.
Ciò, ai sensi del Dlgs 81/2008, allegato 4 del Testo Unico sulla Sicurezza, che al punto1.13.1 Acqua, recita:
Punto 1.13.1.1.
“Nei luoghi di lavoro o nelle loro immediate vicinanze deve essere messa a disposizione dei lavoratori acqua sufficiente, tanto per uso potabile, quanto per lavarsi”.
Punto 1.13.1.2
“Per la provvista, la conservazione e la distribuzione dell’acqua devono osservarsi le norme igieniche atte ad evitarne l’inquinamento e ad impedire la diffusione di malattie.”
Si coglie l’occasione per inviare cordiali saluti.
FP CGIL CORTE DEI CONTI
Susanna Di Folco
«La Pubblica Amministrazione italiana invecchia, e i numeri lo confermano. Secondo i dati dell’Osservatorio INPS relativi al 2024, la fascia d’età più numerosa tra i lavoratori pubblici è quella compresa tra i 55 e i 59 anni: quasi 662 mila dipendenti, pari al 17,7% del totale».
A dirlo non sono i pericolosi trinariciuti della CGIL, che pure da tre anni – attraverso la proposta di un piano straordinario per l’occupazione nella PA – chiedono investimenti certi al Governo per affrontare l’emergenza.
Lo afferma invece il Direttore generale del Politecnico di Torino, Vincenzo Tedesco, il quale evidenzia come “entro dieci anni circa un terzo del personale della Pubblica Amministrazione attualmente in servizio raggiungerà l’età pensionabile”.
Si tratta di un elemento critico che abbiamo sottolineato più volte, rimarcando la portata della sfida. Non c’è soltanto da garantire la continuità dei servizi e da contrastare la dispersione di professionalità storiche – che rischiano di lasciare in eredità un grave deficit di competenze – ma anche da costruire percorsi di carriera attrattivi per le nuove generazioni, evitando il lento e inesorabile stillicidio verso l’estero o il settore privato.
Questi spunti li avevamo già portati al tavolo della contrattazione collettiva nella scorsa tornata negoziale, senza trovare ascolto né da parte del Governo – più interessato a una sforbiciata strutturale ai salari del pubblico impiego – né da parte delle organizzazioni sindacali firmatarie.
Continuiamo tuttavia a ribadirli anche in INPS, dove la crescita della competenza si scontra drammaticamente con incentivi sempre più ridotti e con un meccanismo perverso applicato ai differenziali, che rischia di costruire un vero e proprio cono d’ombra nel quale precipiteranno, paradossalmente, proprio gli assunti degli ultimi dieci-quindici anni, insieme a chi ha effettuato progressioni in deroga.
Lo stesso Tedesco, in una riflessione pubblicata sul Sole 24 Ore alcune settimane fa, lo scriveva a chiare lettere: “tra procedure concorsuali troppo lunghe e stipendi medi nettamente inferiori rispetto al settore privato, il rischio è che l’attrazione dei nuovi talenti rimanga un miraggio e che il cambio di guardia si trasformi in una fuga di competenze più che in un rinnovo”.
In INPS il saldo è allarmante: siamo scesi a 24.575 dipendenti, con evidenze critiche drammatiche in settori strategici (736 ispettivi, 361 sanitari, 96 tecnici in servizio).
A questo affresco si aggiunge un altro dato di enorme impatto: di queste circa 24 mila unità, ben 22.163 sono funzionari. Senza reali sbocchi di carriera, senza Quarta Area, senza nuovi percorsi strutturati di crescita professionale. Di più: con un CCNI che minaccia di essere un imbuto, in cui pochissimi riescono a ottenere un riconoscimento.
Che cosa si intende fare? Attendere semplicemente che colleghe e colleghi migrino altrove?
Coordinatore nazionale FP CGIL INPS
Giuseppe Lombardo
Nella giornata del 10 dicembre l’aula del Senato ha discusso la conversione in legge del Decreto-Legge 159/2025, il cd decreto sicurezza sul lavoro.
Ebbene, nonostante gli sbandierati proclami dei rappresentanti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la norma che avrebbe finalmente consentito all’INL e allo stesso Ministero di poter avere misure di benessere organizzativo da destinare ai propri dipendenti, così da ridurre l’emorragia di personale in corso, non è stata approvata e l’emendamento che la prevedeva (presentato da esponenti delle forze politiche di maggioranza) è stato ritirato dai suoi stessi proponenti, a seguito della presentazione della mozione di fiducia sul Decreto da parte del Governo.
Nel corso della ormai famigerata riunione del 25 novembre scorso, ci venne detto che alle riunioni sindacali si preferivano i fatti e che avremmo presto visto i fatti.
Eccoli, i fatti! Ecco lo strenuo impegno della Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali per i dipendenti del Ministero e dell’INL!
Ora ci si verrà a dire che la colpa è di quei birboni del MEF o inventeranno altre scuse?
Anche per noi i fatti parlano e ci dicono che non ci appare un impegno serio del vertice politico del Ministero, a difesa e tutela dei lavoratori che ogni giorno portano a casa i risultati tanto decantati.
Chiediamo, quindi, alla Ministra del Lavoro se intende davvero rimediare alla fuga di personale o se sono solo chiacchiere.
Il rischio è di assistere a decine e decine di colleghi formati dall’INL che porteranno il loro bagaglio di conoscenza altrove.
E’ forse questo l’obiettivo politico che si vuole perseguire? Svuotare l’INL un po’ alla volta, al di là delle tante belle parole?
Le altre sigle cosa pensano di fare, alla luce dell’accaduto: unirsi nella mobilitazione unitaria, come già avvenuto nei giorni scorsi al Ministero del Lavoro o continuare a guardare?
FP CGIL UILPA USB PI
Matteo Ariano Ilaria Casali Giorgio Dell’Erba
Si è tenuto ieri, 10 dicembre, il tavolo fra amministrazione e tutte le sigle sindacali inerente la riforma della L. 870/86 e le criticità emerse in queste prime fasi della sua attuazione.
L’amministrazione ha dimostrato un notevole interesse all’ascolto delle istanze delle OO. SS. e, in sintesi, ha fornito le seguenti risposte:
• è appena giunta la risposta dell’INPS che certifica che gli importi derivanti dagli straordinari per il conto privato costituiscono imponibile ai fini contributivi e previdenziali;
• per quanto riguarda l’assoggettabilità all’ IRAP, si è ancora in attesa del parere dell’Agenzia delle Entrate;
• sulla polizza casko si sta studiando un modo per rinnovarla utilizzando le somme già versate dai privati sui capitoli di bilancio del MIT, e così garantire la protezione assicurativa ai colleghi, senza
gravare sul bilancio dello Stato;
• sulla possibilità di fornire il buono pasto per chi nel pomeriggio svolge attività di straordinario in conto privato, si sta approfondendo il tema giuridico, analizzando due pareri negativi (Aran e
Funzione Pubblica) al fine di mettere nelle condizioni il nostro Ministero di corrispondere il buono pasto senza incappare nel danno erariale;
• sull’incongruenza delle cifre del rimborso spese fra una missione ad una distanza inferiore ad 80 km, ed una lievemente superiore, si analizzerà la possibilità di lasciare il gettone fino agli 80 km e, per il delta rimanente, applicare il rimborso chilometrico analitico;
• sull’ appensantimento unilaterale dei nastri operativi, deliberato dall’amministrazione, si attenderà qualche altra settimana per poter effettuare una valutazione più completa e, al termine
della fase di sperimentazione, concordare eventuali correttivi;
• in riferimento all’apporto degli assistenti delle ditte private alle attività di revisione, il DGMot varerà a brevissimo un provvedimento per delimitarne l’ambito a garanzia della terzietà e della
professionalità dei pubblici ufficiali del MIT;
• in merito a tutti questi temi, Amministrazione ed OO. SS. si ritroveranno a gennaio per tutte le valutazioni del caso.
Come OO. SS. possiamo considerarla una prima apertura:
• per la ripresa del dialogo registrata e per il fatto che, seppur fra difficoltà più o meno fisiologiche in ogni cambio di normativa, la riforma della L 870, attesa da anni, abbia visto la luce;
• per le rassicurazioni ricevute da parte dell’amministrazione in merito alla volontà di far restare “pubblico” il servizio all’utenza svolto dai tecnici del Mit.
A inizio del nuovo anno potremo tornare al tavolo e chiedere la modifica di quegli aspetti che, nella fase di sperimentazione, saranno risultati particolarmente critici.
A margine della riunione il Direttore Generale del Personale, Dott.ssa Furlai, ha fornito l’informativa sulle dotazioni organiche, precisando che, per la prima volta, il saldo tra fuoriuscite ed assunzioni è positivo:
• lo scorso 9 dicembre è stato pubblicato il bando per l’assunzione di 160 funzionari amministrativi giuridico legali (42 per le sedi centrali 88 per le sedi periferiche);
• al 1 dicembre 2025 sono stati assunti, dall’inizio dell’anno, nel nostro dicastero 617 lavoratori da graduatorie di altri enti: di queste 203 presso le sedi centrali, 195 presso i Provveditorati e 219 presso le DGT;
• si è concluso il concorso per 300 funzionari ingegneri, per il cod.A Infrastrutture si è in attesa delle prove asincrone che si terranno a marzo per Ie candidate impossibilitate a
sostenere la prova;
• in questi giorni sono stati convocati i matematico-statistici;
• a breve sarà pubblicata dal Formez la graduatoria degli informatici;
• per il bando delle E.P. si è in attesa del pronunciamento su alcuni ricorsi che sono stati avanzati. L’amministrazione ha vinto i primi due giunti a conclusione;
• entro dicembre sarà pubblicato il bando (di progressione verticale interna) per ulteriori 5 posti per le E.P. riservato ai funzionari interni secondo i criteri stabiliti nel verbale di intesa sulle
famiglie professionali;
• è stato emanato il bando per la stabilizzazione di 33 dirigenti di seconda fascia ( 5 b i s ) provenienti da altre amministrazioni;
• nel corso del 2026 il MIT procederà al bando per l’assunzione di 240 assistenti e 70 funzionari. Questi ultimi potrebbero essere assorbiti dalle graduatorie vigenti. Il tutto sarà
preceduto dal bando di mobilità previsto dalla normativa vigente;
tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo si prevede la stabilizzazione di tutto il personale distaccato ai sensi dell’art.42bis della L.151/2000. Inoltre, sono ancora 380 i distaccati
complessivamente, alcuni anche da molti anni. L’amministrazione intende stabilizzarli e ridurre le assegnazioni temporanee.
Nel corso del prossimo anno, si procederà f i n a l m e n t e alla revisione del sistema di valutazione che abbiamo sempre contestato, sia per le ricadute sul personale delle aree che sulla
stessa dirigenza.
L’amministrazione ci ha, di seguito, informati sul regolamento incentivi che, attualmente, è al vaglio dell’IGOP e della Funzione Pubblica.
Infine, per quanto riguarda le graduatorie provvisorie per l’attribuzione dei differenziali economici l’amministrazione ci ha riferito che sono quasi pronte ed entro la fine dell’anno, dopo accurate
verifiche, saranno pubblicate.
FP CGIL UIL PA FLP USB PI
Al Direttore centrale Risorse Umane
Dott. Giuseppe Conte
per il tramite del Dirigente Area Relazioni Sindacali
Dott. Salvatore Ponticelli
OGGETTO: PROROGA SCADENZA FISSATA PER I RINNOVI DEGLI ACCORDI AULA
In riferimento al termine ultimo previsto per il rinnovo automatico dei contratti AULA, e fissato dal messaggio 3503/2025 al 10 dicembre, giungono alla scrivente organizzazione diverse segnalazioni circa mancati rinnovi, legati a tardivo riscontro da parte del valutatore di primo livello.
Si richiede, pertanto, una deroga alla scadenza fissata anche al fine di non pregiudicare la fruizione continua del lavoro agile/lavoratore da remoto da parte delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Ente.
Cordiali saluti,
Giuseppe Lombardo
In data odierna, 11/12/2025, si è svolto l’incontro tra le OO.SS. FP CGIL, CISL FP e UIL FPL e ARIS durante il quale abbiamo proseguito il confronto sul campo di applicazione del CCNL ARIS RSA, con l’obiettivo di procedere nelle tempistiche più celeri al rinnovo del contratto per garantire una valorizzazione economico/giuridica al personale interessato che attende un adeguamento da oltre 13 anni. Le scriventi OO.SS. hanno presentato una posizione chiaramente orientata a mantenere le posizioni giuridiche acquisite, migliorando le tutele e incrementando le retribuzioni.
La parte datoriale ha confermato la volontà a mantenere il CCNL ARIS RSA competitivo ed adeguato alle sfide future che presenta il mercato dell’assistenza socio-sanitaria.
Le parti hanno valutato di fissare una data ulteriore a seguito dell’incontro quadrangolare che si svolgerà il 22 dicembre p.v. presso il Ministero della salute.
Vi terremo aggiornati.
Fp Cgil Cisl FP Uil FPL
Barbara Francavilla Antonio Cuozzo Ciro Chietti
Mentre le sigle firmatarie del CCNL a giugno di quest’anno firmavano in fretta e furia il contratto integrativo, la FP CGIL proseguiva con la lotta per ottenere ulteriori risorse per incrementare il FRD. Dopo la sospensione senza spiegazione dei 21 milioni riconosciuti dal 2018 al 2021, ne avevamo chiesti 30, certi e stabili, con un apposito emendamento alla legge di bilancio che è stato proposto dalla FP CGIL a tutti i gruppi parlamentari ed è stato depositato in commissione bilancio al Senato, come da volantino allegato. Arriva finalmente la risposta dell’amministrazione che, guarda caso, individua in 27 milioni l’incremento di risorse necessarie a valorizzare il personale civile di questa amministrazione. Siamo contenti di aver indicato la strada, evidentemente la bontà delle proposte di questa organizzazione sindacale si riconosce a prescindere dagli autografi posti in calce agli accordi, ma badando piuttosto al merito delle questioni.
E proprio facendo riferimento al merito ricordiamo che il nuovo CCNI 2025 dei sindacati firmatari lascia sul piatto oltre 3.000 differenziali economici in meno rispetto al CCNI 2024, come denunciato già con il volantino inviato dello scorso 1 dicembre (CCNI 2025: è arrivato il pacco). Siamo soddisfatti che attraverso la nostra lotta si siano potute stanziare ulteriori risorse a disposizione del personale, perché questa è la strada giusta per valorizzare e riconoscere competenze ed esperienza professionale, ma non basta: queste risorse devono essere stabilizzate e vanno ulteriormente incrementate per riconoscere i miglioramenti economici a tutti i lavoratori che altrimenti rimarranno senza un aumento strutturale della parte stipendiale fondamentale pensionabile.
Anche per questo siamo sempre più convinti della necessità di aderire allo sciopero di venerdì 12 dicembre, per chiedere con forza un nuovo contratto che possa garantire incrementi dei salari adeguati rispetto all’inflazione oltre che miglioramenti significativi sul piano normativo. La nostra lotta al Ministero della difesa dimostra che si può fare! Non è la velocità della firma che conta ma sono i contenuti che si portano avanti e le risorse che vengono effettivamente impegnate a fare la differenza. Ci vediamo domani nelle piazze!
Marco Campochiaro
Coordinatore FP CGIL Nazionale per il Ministero della difesa
Pubblichiamo alcuni dei messaggi di solidarietà e sostegno per lo sciopero generale proclamato dalla CGIL arrivati dalle Federazioni dei sindacati dei servizi pubblici europee.
Il confronto sul sistema di misurazione della performance individuale è proseguito nella serata di ieri, quando le organizzazioni sindacali hanno discusso con l’Amministrazione l’ultima bozza trasmessa.
Le modifiche ivi riportate non mutano il quadro che abbiamo tracciato a valle dei precedenti incontri, permanendo elementi incongruenti che è difficile ignorare.
Per il comparto
L’Amministrazione non retrocede rispetto alla proposta di rivedere ancora una volta a ribasso il peso assegnato agli obiettivi di gruppo. Un elemento di instabilità sistemica che da anni censuriamo. Di più: la formazione continua a essere un elemento della valutazione del singolo, come ventilato da qualche organizzazione nei mesi passati, che ha interpretato – forse suo malgrado – il ruolo di suggeritore occulto. Ciò senza ancoraggi normativi o direttive ministeriali di riferimento. Un elemento che rappresenta un punto di caduta evidente.
In più ai dipendenti è ancora inibita la possibilità di essere parte attiva nel processo di valutazione: l’Amministrazione concepisce il sistema in maniera gerarchica. Così facendo, la valutazione dal basso resta una traccia inutile, priva di ricadute, disancorata dal contesto, appannaggio dei soli titolari di posizione organizzativa. Dopo anni, era lecito aspettarsi più coraggio dalla controparte.
Basta? No. Nella sottosezione per la finalità economica, l’Amministrazione evidenzia che “per valutazione negativa si intende il conseguimento di un punteggio di sintesi finale uguale o inferiore a 85“. Ciò crea un’asimmetria rispetto ai CCNI, dove per avere il trattamento pieno (100%) bastava il punteggio di 90.
È un altro regalo che la contrattazione integrativa intende riservarci, quello dell’innalzamento della soglia? L’Amministrazione, poi, rende il colloquio obbligatorio – nel caso di divergenze valutative – laddove ci sia un punteggio uguale o inferiore a 95. Ma che senso ha fissare la soglia dell’obbligo quando il punteggio richiamato non viene neppure considerato negativo dallo stesso testo?
Per i dirigenti
Nessun passo avanti sostanziale neanche per la valutazione dei Dirigenti dell’Istituto. La timida sperimentazione della valutazione bottom up e peer to peer, a carattere facoltativo e limitato, non fornisce nessun rimedio strutturale a quello che rappresenta invece il vero problema dei dirigenti: la disomogeneità dei metri di giudizio.
Il sistema di valutazione resta strettamente gerarchico, monocratico, esposto a personalismi e sostanzialmente inappellabile. Unico valutatore è sempre e soltanto il superiore diretto, che valuta i comportamenti organizzativi esclusivamente secondo il suo metro soggettivo, senza alcun meccanismo formale di temperamento e di confronto collegiale (Calibrazione).
Ecco che, a parità di caratteristiche osservate, gli stessi comportamenti organizzativi continueranno a sortire valutazioni diverse a seconda del valutatore. In una realtà che si vuole dinamica, flessibile, aperta, collaborativa, gli strumenti di valutazione, gestione e sviluppo delle carriere dei dirigenti oggi sembrano andare in tutt’altra direzione, col rischio di spingere i dirigenti stessi a cercare la benevolenza ed il rapporto personale col capo di turno, anziché stimolare una performance individuale virtuosa.
Il sistema prevede solo un correttivo ex post. Peccato che la richiesta di riesame ad un soggetto terzo si riveli un rimedio blando, se non sterile, considerato che il valutatore non è obbligato a cambiare il proprio “giudizio” neanche qualora questo sia considerato errato. Né, tra i numerosissimi compiti assegnati dal SMVPI al Direttore Generale, figura il potere di rivedere una valutazione palesemente errata!
In questo quadro, abbiamo ribadito l’opportunità di introdurre almeno alcuni correttivi per rendere il sistema più equo, quanto meno dal punto di vista procedimentale, quali una rappresentanza equilibrata del territorio nelle commissioni che decidono i criteri e le eccellenze e la previsione di almeno due verifiche e colloqui infra-annuali di valutazione.
Per i medici e i professionisti
L’unico cambiamento di rilievo nel testo proposto è l’introduzione di una precisa tempistica, al pari che per la dirigenza e per il comparto, per la conclusione del procedimento di gestione delle divergenze tra valutatore e valutato, aspetto questo che inspiegabilmente mancava per professionisti e medici nelle precedenti versioni del testo fin qui proposte.
Per il resto non si ravvisa nel testo proposto nessuno dei miglioramenti richiesti, né sul piano dell’impianto metodologico né su quello lessicale. Permangono anzi le seguenti gravi lacune:
nel Comitato di garanzia per le performance individuali, che ha il compito di indicare ai valutatori indirizzi volti a garantire un processo omogeneo, equo e trasparente, sono presenti solo dirigenti e non anche i coordinatori generali dei professionisti o dei medici;
non è previsto che a coadiuvare il Direttore generale nell’esame delle schede di valutazione di professionisti e medici, siano chiamati i Coordinatori generali né alcun altro soggetto dotato della specifica professionalità;
nella valutazione dei Coordinatori Generali di professionisti e medici, in caso di divergenze valutative, non è previsto, a differenza che per la dirigenza, l’intervento di un comitato di valutazione quale soggetto terzo fra valutato e valutatore.
Modello che potrebbe essere reso peraltro più efficiente a partire, lo ribadiamo, dallo snellimento del catalogo delle “competenze professionali” sulle quali viene espressa la valutazione: troppe
voci, spesso sovrapposte tra loro, assai lontane dalla concreta, quotidiana e gravosissima attività lavorativa di professionisti e medici in INPS.
Con particolare riferimento all’area medica, la distanza tra attese e proposte si fa ancor più evidente. Manca, innanzitutto, il necessario riferimento al codice deontologico – peraltro correttamente richiamato per gli altri professionisti a pag. 27 – nonostante la qualità della prestazione clinico-assistenziale venga descritta come funzione diretta della coerenza con missione e valori istituzionali: un’assenza che appare tanto più paradossale quanto più l’Amministrazione pretende di ancorare la valutazione alle responsabilità proprie dell’agire professionale.
Inoltre, resta nebuloso il perimetro operativo delle UOS funzionali, centrali e periferiche: non figurano tra i coordinamenti centrali, regionali o metropolitani, né viene chiarito quale ruolo assumano, con quali responsabilità e con quali metriche debbano essere valutate.
Come se non bastasse, la descrizione delle competenze continua a rimanere sospesa in un registro di eccessiva generalità, priva di quella necessaria specificità che – sola – potrebbe garantire oggettività, trasparenza e uniformità applicativa.
Un quadro, insomma, che invita più alla prudenza che all’adesione, e che chiede ancora molto lavoro prima di potersi definire compiuto.
Giuseppe Lombardo
Alessandro Casile
Giuseppe Cipriani
Francesco Reali