“Rilanciamo al Governo la richiesta di rendere subito disponibili, per la tornata contrattuale 2022-2024, parte delle risorse già definite in legge di bilancio per il CCNL 2025-2027”. Questo il commento di Fp Cgil e Uil Pa in vista dell’incontro convocato dal ministro Zangrillo per il prossimo 18 febbraio.
“I dati Istat certificano ciò che denunciamo da tre anni – precisano i sindacati – e che ha portato sino ad ora a una stagione di rinnovi contrattuali a perdere per i lavoratori pubblici. Come sottolinea l’istituto, a dicembre 2024 l’indice delle retribuzioni contrattuali fa registrare una diminuzione su base annua dovuto all’anticipo dell’indennità di vacanza contrattuale 2024, erogato a dicembre 2023 per i dipendenti a tempo indeterminato delle amministrazioni statali, e nella P.A. si registrano variazioni negative nell’ordine del 20%. Le modeste risorse stanziate per questo rinnovo hanno determinato una perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni dei dipendenti pubblici superiore al 10%, senza peraltro sbloccare la dinamica del salario accessorio, per il quale permane un ingiustificato tetto di spesa fissato dalla riforma Madia agli importi del 2016”.
“Di fronte a questa nuova convocazione e a quanto è accaduto nelle buste paga successive alla firma del contratto, con il salasso del conguaglio fiscale, ribadiamo che ci sono risorse spendibili da subito, basta una norma per eliminare il tetto al salario accessorio e si può ancora migliorare la parte normativa. È questione di volontà politica. Così come è solo questione di volontà politica l’introduzione di meccanismi legislativi che consentano di estendere ai lavoratori del settore pubblico le regole sulla detassazione del salario di produttività, già in vigore da anni nel settore privato. Un provvedimento che, se il Governo vuole, può essere realizzato in tempi rapidi. Il ministro ci dica se il Governo è disponibile a discutere seriamente di questi problemi e a dare ascolto alle rivendicazioni salariali e professionali dei lavoratori pubblici. Con la situazione economica delle famiglie, gli effetti negativi della trasformazione della decontribuzione in detrazioni per la maggioranza degli scaglioni di reddito (in cui rientrano i pubblici dipendenti), la questione retributiva è una priorità assoluta. Noi riteniamo che sia giunto il momento di affrontare questo tema in modo serio e ci aspettiamo dal prossimo incontro risposte concrete”, concludono Fp Cgil e Uil Pa.
“Aiop e Aris continuano a negare il rinnovo del contratto a oltre 200mila lavoratrici, lavoratori e professionisti della sanità privata e delle RSA, ma la nostra mobilitazione non si ferma. Non possiamo più accettare che chi ogni giorno garantisce la salute dei cittadini venga ignorato e sottopagato, mentre le strutture private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale ricevono risorse pubbliche, lasciando senza contratto i propri dipendenti”.
Lo hanno dichiarato questa mattina, sotto il Ministero della Salute, i segretari nazionali Barbara Francavilla (Fp Cgil), Roberto Chierchia (Cisl Fp) e Ciro Chietti (Uil Fpl), ribadendo la necessità di un intervento istituzionale immediato per sbloccare le trattative.
“I contratti della sanità privata sono fermi da sei anni, quelli delle RSA da tredici. È una vergogna. Le strutture private accreditate con il SSN ricevono finanziamenti pubblici, ma continuano a fare dumping contrattuale, penalizzando i propri dipendenti. È inaccettabile che Aiop e Aris chiedano ulteriori coperture economiche prima di avviare la trattativa, dopo aver già beneficiato delle risorse stanziate dalla legge di bilancio e dell’incremento delle tariffe sui rimborsi sanitari. Senza regole chiare sugli accreditamenti, questa situazione non cambierà mai”, proseguono.
A margine della mobilitazione, i segretari nazionali sono stati ricevuti al Ministero della Salute dal Capo di Gabinetto, Marco Mattei: “abbiamo ribadito, ai vertici del dicastero, la necessità di vincolare l’accreditamento delle strutture private al rinnovo dei contratti collettivi, per garantire, agli operatori del settore privato, le stesse condizioni economiche e normative di chi opera nel pubblico”.
“Se le cose non cambieranno i cittadini pagheranno il prezzo più caro – concludono i segretari di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl -. Le lavoratrici e i lavoratori della sanità privata, infatti, stanno lasciando le strutture accreditate per cercare condizioni migliori altrove. Aiop e Aris devono capire che, senza una valorizzazione concreta del personale, presto si troveranno senza operatori, pregiudicando la qualità dell’assistenza ai cittadini e nell’impossibilità di garantire i requisiti organizzativi minimi per un servizio pubblico di qualità. Il Governo e la Conferenza delle Regioni devono intervenire subito: chi non rinnova i contratti non può continuare a ricevere fondi pubblici. La nostra mobilitazione continuerà fino a quando non sarà garantito un contratto dignitoso per tutte e tutti”.
In queste ore è in discussione la conversione in legge del cosiddetto “Decreto Cultura”, al cui interno sono contenuti diversi emendamenti. Tra questi merita particolare attenzione la norma, proposta dalla stessa maggioranza, che ha come finalità la stabilizzazione – unicamente mediante colloquio – di funzionari che, in virtù di un incarico fiduciario già protrattosi per diverso tempo e nei fatti già scaduto, diverrebbero dirigenti di II fascia.
La norma – ribadiscono le scriventi Organizzazioni Sindacali – rivela la sua totale iniquità almeno sotto tre profili: 1) perché impedisce ad alcuni dirigenti vincitori di concorso di essere assegnati agli Istituti oggi gestiti da codesti funzionari, con il rischio di essere destinati ad ambiti disciplinari molto diversi da quelli per cui si sono specializzati; 2) perché pone sullo stesso piano i funzionari e i 14 dirigenti idonei, che invece meriterebbero specifica tutela e per i quali si chiede da tempo l’inserimento in ruolo; 3) perché non cita neanche di sfuggita ulteriori 20 aspiranti dirigenti che hanno concluso il concorso ma non sono stati messi nelle condizioni di seguire il conseguente corso. Inascoltati sono stati fino ad ora gli appelli del sindacato affinché si desse risposta ai quasi cento dirigenti (fra vincitori e idonei) del corso-concorso bandito dalla stessa Amministrazione, i quali avrebbero dovuto occupare le sedi lasciate vuote dai pensionamenti, dal mancato turn over e da una riforma organizzativa del Ministero fra le peggiori che la storia della PA ricordi. Il sopra citato corso-concorso recepiva il meglio delle formule di reclutamento vigenti e individuava distinti settori di competenza; un requisito poi disatteso in quanto, per insipienza di talune commissioni d’esame, taluni dirigenti destinati alle Soprintendenze sono invece finiti negli Archivi. Ancor prima del corso-concorso un’altra norma aveva stabilito che, nelle more dell’espletamento del medesimo, il Ministero della Cultura avrebbe potuto utilizzare funzionari in organico, in ragione del rapporto fiduciario regolato dall’art. 19 comma 6 del D. Lgs 165/2001.
Soltanto alcuni di questi hanno però avuto la blindatura del proprio incarico mediante norma di legge, permanendo nel proprio incarico anche ad avvenuto inserimento dei vincitori nei ruoli della dirigenza. Ci sembrava superfluo ribadirlo, ma nella Pubblica Amministrazione si entra mediante selezione pubblica il cui grado di difficoltà deve essere commisurata alle posizioni di lavoro messe a bando: gli incarichi fiduciari possono sopperire a situazioni emergenziali ma non possono, né devono, diventare la regola né possono essere interpretati come l’anticamera di una stabilizzazione ex lege, tanto meno con un colloquio orale. Riteniamo si debba restituire, da un lato, dignità ai dirigenti che hanno sostenuto uno specifico concorso, ad ogni livello della procedura, e, dall’altro, dignità al personale interno le cui elevate professionalità tecniche, specifiche di questo Ministero, sono e continuano essere garanzia del bene pubblico. Sulla valorizzazione dei funzionari di ruolo siamo sempre disponibili al confronto ma dubitiamo di trovare “dall’altra parte” la stessa sensibilità. In ultimo, ma non per importanza, è da stigmatizzare la proposta di modifica del “Codice dei Beni Culturali”, totalmente svuotato della funzione prioritaria della tutela, nella parte in cui rende “obbligatorio ma non vincolante” il parere dei funzionari.
Per tutto quanto finora detto le scriventi Organizzazioni si rivolgono alle forze politiche coinvolte nella discussione parlamentare affinché votino contro tali emendamenti e convincano la maggioranza, eventualmente, a riscriverli. Laddove la politica decidesse di avallare il principio della “stabilizzazione selettiva” – ferma restando la nostra esplicita contrarietà – ci dichiariamo fin da ora pronti a tutelare nelle sedi più opportune tutti coloro che ne risultino esclusi.
In queste ore anche da autorevoli fonti ascoltiamo e leggiamo ricostruzioni imprecise sul mancato rinnovo del contratto sanità, con particolare riferimento a infermieri e medici.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza e partiamo dalla basi, per l’unico contratto oggetto di trattativa fino ad oggi, che è quello del comparto.
Il governo ha stanziato per il rinnovo dei Ccnl pubblici per il triennio 22/24 risorse pari a circa il 10% in meno rispetto a quanto i salari sono stati erosi dall’inflazione nello stesso periodo (5,78% rispetto ad oltre il 16%); nelle due tornate precedenti (16/18 e 19/21) gli aumenti erano sempre stati superiori all’inflazione del periodo.
La traduzione dell’Aran di questo aumento del 5,78% (che è sull’intera massa salariale, quindi anche sulle voci di retribuzione accessoria) ha portato a stimare aumenti medi sul tabellare dell’area dei professionisti della salute (a cui appartengono, fra gli altri, gli infermieri) di 135 euro a regime.
Di questi 135 euro più del 50% sono già percepiti in busta paga a titolo di indennità di vacanza contrattuale potenziata, per scelta unilaterale del governo.
Gli importi per altre figure, ad esempio gli oss, sono inferiori: in questo caso 120 euro.
Per il personale amministrativo, quello che fa gli appalti, le assunzioni, le buste paga e che non percepisce nessuna indennità specifica, sono in media 127 euro.
In legge di bilancio 2025 il governo ha deciso di stanziare un ulteriore 0,22% del monte salari per incrementare le voci accessorie, in deroga a un blocco del salario accessorio che vige da quindici anni e che ha prosciugato la contrattazione; la somma di questo incremento e della quota parte del 5,78% destinato all’accessorio (indennità varie, straordinario, produttività, carriere) è pari (fonte Aran) a 13,2 euro procapite, sempre per l’area d’inquadramento delle professioni sanitarie.
Contestualmente ha stabilito di assoggettare nuovamente le spese per il welfare contrattuale si tetti di spesa previsti per il salario accessorio, sostanzialmente azzerando, come minimo, l’incremento dello 0,22% sopracitato.
Le risorse per l’accessorio, va ricordato, non vengono corrisposte a tutti in modo omogeneo ma solo a coloro che hanno diritto a un determinato istituto contrattuale (straordinari, indennità, etc) ma, convenzionalmente, si sommano agli incrementi tabellari per stimare l’impatto complessivo di un contratto.
A queste due voci, per gli infermieri, va aggiunta la quota per l’aumento dell’indennità di specificità infermieristica, che a regime nel 2025 vale circa 15 euro.
In tutta evidenza 135+15+13,2 non fa 180 euro , ma 163,2.
Quanto all’aumento dell’indennità di pronto soccorso, che si somma a questi importi e che porta incrementi significativi che vengono da più parti usati col risultato (o l’obiettivo) di confondere le acque andrebbe detto che gli infermieri che operano nei pronto soccorso sono un’assoluta minoranza (il personale del pronto soccorso, non solo infermieristico, è pari a circa 23.000, il 4% della platea di 581.000 che costituiva il personale del SSN nel 2021, fonte Aran).
Quindi per il 96% del personale, infermiere e non, della parte consistente di aumenti legati all’indennità di pronto soccorso non c’è traccia e ci si ferma, nella migliore delle ipotesi a 163,2 euro.
Corre, infine, l’obbligo di precisare che l’incremento dell’indennità di pronto soccorso, già presente nella Legge di Bilancio per il 2023 e anticipato con il Decreto 34/23 al 1/6/23, poteva già essere erogato agli operatori di PS in base al vigente CCNL 19/21 e agli Accordi Sindacali Regionali vigenti, in base alle regole lì stabilite, come da noi sempre sostenuto.
Infine sulla detassazione, prevista sia per le prestazioni straordinarie aggiuntive che per gli straordinari dei soli infermieri, è utile precisare che:
Spiegato così siamo certi sia più chiaro a tutti, addetti ai lavori e no, perché quel contratto, anche solo per la sua parte economica, non era sottoscrivibile e perché, assieme a tante lavoratrici e a tanti lavoratori, ci ostiniamo a chiedere di più.
E a proposito di “forse si poteva protestare prima” corre l’obbligo di ricordare come questa la nostra organizzazione, al pari delle altre due non firmatarie, ha scioperato contro questa legge di bilancio, e lo stessa ha fatto contro tutte le leggi di bilancio recessive a partire da quella del governo Draghi in avanti.
“Forse si poteva protestare prima”. Se tutti avessero fatto lo stesso non rompendo il fronte sindacale in attesa delle concessioni del governo, puntualmente non arrivate, saremmo ora in un’altra situazione.
P.s. anche i migliori sbagliano, magari perché informati male:
CCNL funzioni centrali: Fp Cgil, Uil Pa e Usb hanno confermato il giudizio negativo su un contratto che, per la prima volta, non recupera con gli aumenti stipendiali il maggiore peso dell’inflazione registrato nel triennio di rifermento. A fronte, infatti, di una inflazione complessiva registrata per gli anni 2022, 2023 e 2024, pari al 15,4 per cento, le risorse del contratto sono il 5,78 per cento che nonostante produca adeguamenti sul tabellare di poco più alti non recuperano neanche l’inflazione.
Per FP CGIL, UIL PA e USB PI questo contratto segna l’abbandono del CCNL quale strumento utile a determinare la crescita delle retribuzioni per tutti i lavoratori.
Per questo, ancor più incomprensibile e non condivisibile la scelta delle organizzazioni firmatarie di avallare questo contratto.
I lavoratori, con l’entrata in vigore del nuovo contratto, avranno una perdita definitiva del valore del proprio stipendio dal 2021 (anno di scadenza del contratto precedente) ad oggi pari a 146,51 euro al mese per un funzionario, 120,65 euro al mese per un assistente e 114,62 euro al mese per un operatore.
In più, gli aumenti dichiarati nel ccnl, per effetto dell’indennità di vacanza contrattuale e degli anticipi già pagati dal governo, si tradurranno nei prossimi cedolini in aumenti mensili lordi reali da un minimo di 47,22 per un funzionario ex area III F7 a un massimo di 80,33 di un funzionario ex area III F1, come si vede dalla tabella che segue:

Sulla parte normativa aumentano gli spazi lasciati alla gestione discrezionale delle amministrazioni.
Come per la settimana su quattro giorni dove si conferma la discrezionalità delle amministrazioni e per lavoratrici e lavoratori, non riducendo l’orario di lavoro settimanale di 36 ore ma comprimendolo in 9 ore al giorno per 4 giorni più la pausa obbligatoria, costituirà un ulteriore elemento di discriminazione, in particolare delle donne, sulle quali grava la maggior parte del lavoro di cura. Più che settimana corta è settimana densa.
Così come per il tanto decantato riconoscimento del buono pasto nei giorni di smart working che diventa il modo per le amministrazioni di richiedere vincoli orari nelle prestazioni non previsti dalla legge.
Infine, il danno per molti a vantaggio di pochi e sempre che vada bene all’amministrazione si ha con la norma sul consolidamento delle posizioni organizzative: l’aumento da 2.600 a 3.500 euro sarà a carico del fondo e non con risorse aggiuntive e da qui in avanti chi verrà individuato e confermato dal dirigente per otto anni, avrà il diritto di mantenere l’incarico a vita, precludendo così la possibilità agli altri colleghi di poter aspirare agli stessi esclusivamente in nome della maggiore anzianità e benevolenza da parte del dirigente.
Per questi motivi FP CGIL, UIL PA e USB PI non hanno cambiato idea, forti anche del pronunciamento delle migliaia di lavoratrici e dei lavoratori ascoltati e consultati in questi mesi, e hanno confermato la indisponibilità ad assecondare la volontà del governo.
Non firmare il contratto 2022/2024 non è una rinuncia ma il solo modo oggi possibile per tenere alta la voce di quanti chiedono contratti dignitosi.
Per questo la partita non si chiude qui e invitiamo le lavoratrici e i lavoratori del Comparto delle Funzioni Centrali a continuare la mobilitazione per dare valore al lavoro pubblico e restituire dignità a chi entra nelle amministrazioni pubbliche per dare un servizio di qualità al paese.
In queste ore è in discussione alla Camera il disegno di legge n. 1621 presentato dal Ministro Foti, allora capogruppo di FdI, che reca profonde modifiche all’assetto ordinamentale della Corte dei Conti. In particolare è l’emendamento 2.06 dei relatori Kelany (FdI) e Pittalis (FI) a destare forti preoccupazioni per il personale dipendente delle funzioni centrali, che sarebbe interessato da una profonda riorganizzazione territoriale della Corte secondo quanto previsto al comma 3, con la soppressione di 15 sezioni regionali di controllo su 21 per accentrare l’attività svolta in sole 6 sedi macroregionali.
Riteniamo un errore grave aver formulato questa proposta da parte dei relatori senza alcun confronto con chi rappresenta il personale che ogni giorno si adopera per garantire l’attività della più antica magistratura d’Italia. Crediamo inoltre che l’azione di responsabilità erariale si eserciti nelle piene garanzie del dettato costituzionale anche grazie alla prossimità territoriale e alla vicinanza con le amministrazioni locali, che garantisce efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa. Per queste ragioni di merito la FP CGIL è in campo per fermare questo progetto scellerato di riforma dell’ordinamento e dell’organizzazione della magistratura contabile, che avrebbe poi gravissime ripercussioni su oltre 900 unità di personale che sarebbero costrette ad affrontare trasferimenti forzati a centinaia di km dalle loro famiglie, stravolgendo completamente le loro vite.
Grazie all’azione delle organizzazioni sindacali del personale amministrativo e dirigenziale, dell’Associazione Nazionale Magistrati Corte dei conti, il termine per eventuali subemendamenti alla proposta 2.06 è stato prorogato al 28 gennaio prossimo. Ci appelliamo a tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, per ritirare questo emendamento ed evitare così la paralisi e il grave pregiudizio all’azione della Corte dei conti in tutte le sue sedi.
Il 14 gennaio 2025, dando seguito al mandato ricevuto dalle lavoratrici e dai lavoratori di Federcasa durante la consultazione svolta nel mese di novembre 2024, la Fp Cgil ha sottoscritto il CCNL 2022-2024, su cui la nostra Federazione aveva sospeso il giudizio in attesa di confrontarsi con il personale cui il contratto si applica.
A seguito della consultazione abbiamo, quindi, comunicato alla controparte e alle altre organizzazioni sindacali gli esiti del percorso di partecipazione democratica svolto evidenziando come lavoratrici e lavoratori abbiano condiviso le valutazioni di merito sugli avanzamenti e sulle criticità emerse nel corso della trattativa, sulla cui risoluzione la nostra Federazione si impegnerà fin da subito.