Passa l’ emendamento che prevede le assunzioni nel Comparto sicurezza con un turn over del 100 per cento, a decorrere dal 2014
Emendamenti di Commissione relativi al DDL n. 1120
G/1120/1/1
GASPARRI, BRUNO, LO MORO, BISINELLA, MARAN, GIOVANNI MAURO, PALERMO
ACCOLTO DAL GOVERNO
La 1a Commissione permanente,
in sede di discussione del disegno di legge recante “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e
pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014),
premesso che:
l’articolo 11 del disegno di legge, al comma 10, prevede che le Amministrazioni del Comparto sicurezza, per incrementare l’efficienza dell’impiego delle risorse, possono procedere per l’anno 2014, in deroga ai limiti di cui all’articolo 66, comma 9-bis, del decreto-legge 112 del 2008 convertito, con modificazioni, dalla legge 133 del 2008 ed all’articolo 1, comma 91, della legge 228 del 2012 (legge di stabilità per il 2013), e con un turn over complessivo relativo allo stesso anno non superiore al 55 per cento, ad ulteriori assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente complessivo corrispondente ad una spesa annua lorda pari a 50 milioni di euro per il 2014 e a 120 milioni a decorrere dal 2015, con riserva di assunzione di 1.000 unità per la Polizia di Stato e di 1.000 unità per l’Arma dei Carabinieri e di 600 unità per la Guardia di Finanza; nella seduta del 10 ottobre 2013, l’Assemblea del Senato, in sede di esame del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 – recante disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni (AS 1015) – ha approvato l’ordine del giorno a firma dello scrivente (odg G 8.1) che impegna il Governo a prevedere che la predetta facoltà di assunzione sia fissata nella misura del 100 per cento a
decorrere dal 2014,
impegna il Governo
a valutare la possibilità di prevedere che le Amministrazioni del Comparto sicurezza possano procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato, con un turn over del 100 per cento, a decorrere dal 2014.
Decaduto l’emendamento che prevedeva le assunzioni dalle graduatorie ancora vigenti dei concorsi pubblici.
G/1120/2/1
DI BIAGIO
DECADUTO
La 1a Commissione permanente,
premesso che al fine di far fronte al crescente fabbisogno di personale operativo nell’ambito della Polizia di Stato, il Ministero dell’interno potrebbe utilizzare le graduatorie ancora vigenti dei concorsi pubblici già espletati a decorrere dal 2006 per il reclutamento di personale a tempo indeterminato, ricorrendo a tali graduatorie quando si tratta di procedere all’assunzione di profili corrispondenti o analoghi a quelli previsti nei bandi dei concorsi ai quali si riferiscono le graduatorie medesime; la suddetta ipotesi potrebbe garantire l’esigenza di economicità in capo all’Amministrazione sia la tutela del diritto del cittadino a ricoprire il ruolo per il quale è già risultato vincitore tramite concorso pubblico, impegna il Governo a valutare – per far fronte alle nuove esigenze assunzionali – ogni utile iniziativa volta a consentire l’assunzione dei cittadini vincitori di concorsi già banditi ed espletati – a partire dal 2006 – e rientranti in graduatorie e non ancora transitati nei ruoli per cui hanno vinto il concorso , al fine di evitare che vengano indetti nuovi concorsi con conseguenti oneri a carico dell’amministrazione.
Legge di stabilità salta la norma che taglia del 50% la retribuzione per i giorni di permesso 104/92.
Salta dalla Legge di stabilità la norma sui permessi, previsti dalla legge 104 del 1992, che avrebbe tagliato del 50% la retribuzione per i giorni di permesso (tre al mese) di cui i dipendenti pubblici possono usufruire per assistere ai genitori disabili. La norma, che era stata contemplata anche nel comunicato finale del Consiglio dei ministri nella notte tra il 9 e il 10 ottobre, é stata cancellata dal testo definitivo del disegno di legge per la stabilità presentato alla Camera.
Carceri: polizia penitenziaria sventa evasione a Brescia.
Qualche giorno fa nei pressi di Desenzano del Garda, un detenuto magrebino ha tentato di fuggire durante la traduzione dal carcere di Gorizia a quello di Torino. L’evasione è stata sventata dall’intervento di un agente di polizia penitenziaria, che ha riassicurato l’uomo alla custodia dopo una breve fuga. Si coglie l’occasione per sottolineare la carenza di uomini che rischia di pregiudicare la qualità del servizio della polizia penitenziaria. Continuano a mancare di 7.000 unità e si denuncia che “nonostante quello del carcere sia l’unico settore ufficialmente dichiarato in stato d’emergenza, non ha ottenuto alcun provvedimento straordinario”.
Fonte: http://www.agi.it
Aggrediti agenti della Polizia Penitenziaria al Carcere di Arghillà.
Reggio Calabria. Nuova aggressione alla Polizia Penitenziaria. Mancava all’appello la nuova casa circondariale di Arghilla’ (RC).Il detenuto di nazionalità bulgara,inizialmente poneva in essere resistenza passiva nei confronti del Comandante f.f. del Reparto e di due agenti della polizia di stato, ai quali spettava il compito di tradurlo presso la Questura per regolarizzare la propria posizione nello stato italiano.
Successivamente, per motivi riconducili probabilmente alla consegna al personale della Polizia di Stato, il detenuto si è scagliato contro il personale delle forze dell’ordine ai quali si sono aggiunti altri due Poliziotti Penitenziari che, a causa della sua mole, hanno riportato delle ferite.
Nonostante in questo Istituto siano prevalenti le attività trattamentali si registrano simili episodi l’unica spiegazione plausibile è quella della carenza di organico di Polizia Penitenziaria; personale indispensabile per garantire in sicurezza qualsivoglia attività di recupero e di reinserimento di persone detenute.
CARCERE DI LECCE: 22 POLIZIOTTI PENITENZIARI, 15 IMPIEGATI E ZERO DETENUTI. DA 5 ANNI IN ATTESA DI NOTIZIE DAL MINISTERO, AL COSTO DI 5 MILIONI DI EURO L’ANNO.
“Ventidue agenti, nessun detenuto” L’altra faccia del caos penitenziario
«I GUARDASIGILLI passano, ma l’emergenza resta. Considerando che, quanto all’edilizia carceraria, le costruzioni realizzate dal 2006 a oggi sono frutto, in buona sostanza, degli impegni assunti dall’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, bisogna concludere che in Italia concetti come ‘fare chiarezza’ e ‘razionalizzare’ sono parole d’ordine rivoluzionarie». Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo della Polizia penitenziaria (Sappe) porta il punto di vista degli agenti di custodia nel dibattito sulla strategia per disinnescare la bomba a tempo del sovraffollamento nelle celle, dopo il pesante monito della Corte europea per i diritti umani.
Fare chiarezza e razionalizzare, dunque. Invece di costruire nuove carceri?
«Se a suo tempo fossero state concentrate le risorse disponibili per ristrutturare il patrimonio edilizio esistente, anziché privilegiare i grandi appalti dalle lunghe ombre, forse non saremmo a questo punto. Eppoi nel sistema tutto si tiene, quando si parla con leggerezza dei famosi 22mila posti letto in più da assicurare alla popolazione detenuta non si può eludere la domanda che nasce spontanea: e gli agenti per sorvegliarli, dove si vanno a prendere?».
Anche su questo fronte c’è spazio per riformare a costo zero?
«C’è un esempio grande come una casa: la giustizia minorile, articolata in Centri di prima accoglienza e Istituti penali. Nel Cpa di Taranto transitano in un anno 3 detenuti al massimo, mentre risultano impegnati ogni giorno 9 agenti e un ispettore. L’Ipm di Lecce forse è un caso limite: da cinque anni non passa un detenuto, ma lì sono in servizio 22 agenti e 15 impiegati. E segnalazioni non molto distanti da questa realtà arrivano anche da Salerno, Ancona e Caltanissetta. In Italia, su 450 minorenni in carcere sono chiamati a vigilare 900 agenti, senza contare i circa 1200 amministrativi. Razionalizzare vuol dire restituire il 50% di queste forze al circuito ‘maggiore’. Dove peraltro esistono casi di squilibrio in controtendenza».
Casi troppo ‘virtuosi’?
«Nella Casa circondariale di Gela, inaugurata da Alfano quando era Guardasigilli, 90 agenti per 60 detenuti; ad Avezzano il rapporto è di 85 a 65; situazioni analoghe a Lucera e San Severo. Che senso ha? Di contro, in un alveare come San Vittore 790 agenti devono fare i conti con 1600 detenuti, ma solo sulla carta: perché 299 di loro sono distaccati ad altri servizi».
Telecamere per sostituire i sorveglianti e ‘braccialetti’ per monitorare gli scarcerati?
«Le telecamere non vedono dentro le celle e i braccialetti, su 2000 del nuovo stock ordinato, finora sono stati applicati a 7 persone».
Fonte: http://vivereleidee.blogspot.it/
Dai trapiantati ai dializzati: a Roma in cella decine di incompatibili col carcere.
La denuncia del Garante Angiolo Marroni: negata la sospensione della pena ,morto 82 enne cardiopatico di Regina Coeli.«La misura Ligresti sembra non valere per tutti»
Incompatibilità con il carcere? L’intervento presso il Dap che ha fatto liberare Giulia Ligresti si basa su una valutazione che «decisamente non vale per chiunque». Lo afferma il Garante per i detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni. «Lo scorso primo ottobre, un 82enne detenuto a Regina Coeli, Sergio Caccianti, è morto appena giunto al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito di Roma – spiega il garante -. Nonostante i gravissimi problemi cardiaci di cui era sofferente gli era stato negato il differimento provvisorio della pena a causa della malattia. Insomma, è stato detto di no alla sospensione della pena per sei mesi. Così è andato a morire al Pronto Soccorso quando ormai era troppo tardi…».
TRAPIANTATO RESTA IN CELLA – Carceri e incompatibilità per ragioni sanitarie, un argomento di grande attualità dopo quanto è emerso nell’affaire Ligresti. Il garante Marroni denuncia: «Quel morto non doveva esserci… Così come non dovrebbero esserci tutte quelle incompatibilità per malattie croniche e invalidanti, che non ottengono quasi mai ascolto…». Ci sono carcerati, come D.M. , che vivono attaccati a un respiratore. D.M. è ricoveato al Centro0 diagnostico terapeutico dei Regina Coeli. Dialisi, amputazioni, carcerati diabetici gravi, detenuti con epatite, altri con situazioni cerebrali stravolte, condizioni sanitarie ai limiti estremi come quella di un detenuto L.G. che sta lottando dentro Regina Coeli per il rigetto di un trapianto di fegato. E non è l’unico trapiantato in carcere».
DIAGNOSI MAI TEMPESTIVE – Non bastasse, l’elenco continua: «Piaghe da decubito, strascichi e complicazioni cliniche per chi è privo di denti, malattie oncologiche, polmonari, cardiovascolari, apnee notturne». Questo il panorama frequente nelle carceri romane. «La condizione ambientale del carcere non consente diagnosi tempestive e spesso neanche i ricoveri – aggiunge Marroni -. Dal carcere esce una collezione di sofferenze. Su oltre tremila detenuti e detenute delle carceri romane i casi di incompatibilità sono tantissimi, troppi, ma quasi sempre non succede nulla a causa delle trafile burocratiche scadenti, perché la polizia penitenziaria è insufficiente, insomma perché la struttura non dà risposte adeguate…».
REPARTO CRONICI A REBIBBIA – A Rebibbia è stato da tempo aggiunto un reparto cronici, dove si concentrano detenuti in carrozzina, amputati e altre situazioni limite. E’ stato ricoverato invece all’ospedale Pertini, fino al 3 novembre, per gravi problemi cardiaci, un detenuto di 76 anni, L.D., finito in cella lo scorso agosto perché coltivava a casa sua una pianticella di marijuana. Ci sono voluti 3 mesi per concedergli gli arresti domiciliari. Se in generale ad impedire un regime attenuato o la libertà è stata la cosiddetta pericolosità sociale, nel caso del «coltivatore ultrasettantenne di cannabis indiana» l’argomento pericolosità è difficilmente impugnabile. Così non è avvenuto per il detenuto tunisino J.M. che – reduce da un percorso di vari istituti penitenziari, attraversati nella condizione di uno chi non ci sta troppo di testa – è stato portato al Pertini per essere operato in quanto aveva appena ingurgitato un pezzo di neon e alcune viti. Poi questo detenuto non nuovo all’autolesionismo, una volta liberato chirurgicamente del problema, non solo non è stato inviato in una struttura assistita ma è stato di nuovo trasferito in un altro carcere fuori del Lazio, a Reggio Emilia, dislocando altrove i suoi gravi problemi psichiatrici.
SCIOPERO TOTALE DELLA FAME – Al Pertini è finito anche un cittadino mongolo B.B. incarcerato per un furto in un outlet e da due mesi in sciopero totale della fame. Molte situazioni di incompatibilità sono facilmente reperibili nelle infermerie delle carceri dove stazionano i detenuti in condizioni più gravi, assediati spesso da altri detenuti che per i dolori derivanti da emorroidi non curate – una patologia piuttosto diffusa – ricorrono all’autolesionismo pur di ottenere un minimo di attenzione.
IL CALVARIO DELLA DIALISI – Non mancano neanche i dializzati, come i due detenuti di Regina Coeli, uno dei quali – B.G. un ragazzo molto grave che ha perso 15 chili – è stato ricoverato al Pertini, ma pochi giorni fa è tornato in cella. E non manca neanche chi arriva alle crisi epatiche con varici esofagee. Molto diffuso, poi, il mal di denti a fronte di pochissimi dentisti a disposizione. «Troppi casi, tantissimi, che noi continuamente segnaliamo all’amministrazione penitenziaria, ai direttori, alle Asl – spiega il Garante Marroni -. Non sempre viene chiesta la scarcerazione per motivi sanitari, ma quando viene chiesta molto spesso l’esito è negativo».
Carcere: la via d’uscita è “oltre il muro”.
In Brasile le Apac, strutture parallele al carcere ma senza gabbie e gestite da civili, hanno abbattuto di dieci volte la recidiva con il lavoro e la formazione. Un progetto premiato dalla Banca Mondiale e realizzato dalla ong italiana Avsi, che il 26 novembre lo presenta alle Giornate Ue dello Sviluppo
Oltre il muro. Si chiama così un progetto rivolto ai detenuti realizzato in Brasile da Avsi, e già premiato dalla Banca Mondiale lo scorso agosto, che verrà presentato il 26 novembre all’interno degli European Development Days, l’evento principale organizzato dalla Commissione Europea per la cooperazione allo sviluppo. Si tratta di un evento importante, visto che – informa Avsi – tra le decine di conferenze degli EuDevDays, questa è l’unica proposta da un soggetto italiano, l’unica proposta da una delegazione della UE e l’unica che propone un esempio da un paese terzo come contributo a un problema globale.
In pratica il progetto “Alem dos Muros” (oltre il muro, appunto), realizzato con l’organizzazione brasiliana Instituto Minas Pela Paz e finanziato dall’Unione Europea, ha come punto focale la promozione della dignità umana nel compimento della pena dei condannati che vivono nelle Apac (Associaçao de proteçao e assistencia dos condenados), strutture integranti il sistema penitenziario brasiliano, ma parallele alle carceri; in queste strutture, gestite da civili e da volontari, non è presente la Polizia Penitenziaria e il detenuto inizia ad essere chiamato “recuperando”.
Qui si svolgono varie attività di recupero scolastico, di formazione professionale e lavoro in unità produttive montate internamente in modo da ridurre la recidiva dall’85% del sistema carcerario comune all’8-10% delle Apac con un costo economico 3 volte inferiore. In ogni struttura sono ospitati circa 200 detenuti, che vivono in cella non più di otto ore al giorno, mentre il resto del tempo è occupato da attività di lavoro, studio, formazione professionale.
Nella motivazione del premio ricevuto dalla Banca Mondiale (Experiences From the Field nella categoria “Most Promising Approach”) si legge che “Oltre il muro” “apporta benefici a più livelli: per gli ex detenuti, per le aziende e per la società, migliorando la sicurezza e il mercato del lavoro”. Oggi le Apac attive sono 147, di cui 34 nel solo stato di MInas Gerais, dove è attiva Avsi. Altre 20 strutture simili si sono poi aperte in vari paesi del mondo, dall’Australia al Cile, dalla Russia al Pakistan. Lo stato del Minas Gerais ha rcentemente approvato un progetto di legge che concede agevolazioni e benefici fiscali alle aziende che assumono gli ex ospiti delle Apac.
Fonte: http://www.vita.it
Padova: tenta suicidio poliziotto penitenziario, e’ in coma irreversibile.
Un assistente capo del Corpo della Polizia Penitenziaria in servizio alla Casa di reclusione di Padova ha tentato il suicidio l’altra mattina nella sua casa nel vicentino, dopo aver accompagnato la figlia alla scuola materna. Il collega, originario di Pompei e con 23 anni di servizio, è in coma irreversibile. I medici stanno valutando se dichiararne la morte celebrare. Sposato, con una figlia di 5 anni, vive in provincia di Vicenza ed era rientrato in servizio dopo un periodo di malattia per problemi depressivi. Speriamo in un miracolo, ma la situazione è estremamente critica e siamo tutti sconvolti.
Adinolfi: “nuova guerriglia” messaggio inviato a Cospito.
Genova – Si intitola “La nuova guerriglia urbana anarchica” l’opuscolo inviato a Alfredo Cospito, l’anarchico d’area insurrezionalista sotto processo per l’attentato all’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, da “Villa Vegan”, pseudonimo mutuato da un centro anarchico e antispecista milanese.
L’opuscolo, sequestrato dal gup genovese davanti alla quale si celebra il processo a Cospito e Gai, era stato intercettato dalla polizia penitenziaria nel centro di raccolta postale del carcere di Ferrara, l’istituto di pena dopo i due anarchici sono detenuti.
“La nuova guerriglia urbana anarchica”, edito dall’ Internazionale nera, reca il logo della Cospirazione delle cellule di fuoco greche e, composto da una trentina di pagine, è diviso in capitoletti che stanno a metà tra la pratica di guerriglia e l’elaborazione politica in chiave anarchica a partire dalla definizione della “guerra delle classi” bollata come obsoleta.
La peculiarità del manuale sta nelle illustrazioni: tutti i capitoli, da “La teoria del detonatore” a “Espropri e armamenti di un guerrigliero anarchico” fino a quello, conclusivo, su “L’equilibrio strategico della nitroglicerina” sono illustrati con disegni esplicativi che culminano in una serie di “tavole” dove si illustrano prevalentemente attentati a auto, banche, il getto delle molotov e via dicendo. Perché, come specificano gli autori nel testo “non esiste azione anarchica carente di violenza”.
L’editoriale, che apre la pubblicazione, è firmato dalla Cospirazione delle Cellule di fuoco (della prima fase) e da Theofilos Mavropoulos, uno studente anarchico rivoluzionario greco detenuto nel carcere di Koridallos e vicino alle Cellule di Fuoco con i cui esponenti ha condiviso i rifugi di Kallithea e Volos.
L’invio per posta dell’opuscolo nella sezione di sicurezza del carcere di Ferrara dedicata agli anarchici desta non poca perplessità negli investigatori perché è noto che la posta inviata a detenuti sospettati di appartenere a associazioni eversive viene attentamente vagliata dalla polizia penitenziaria. E quindi era pacifico il sequestro del materiale che, tra l’altro, è facilmente reperibile per altre vie che non quella di trovarlo in centri di documentazione “alternativa”.
Fonte: http://www.ilsecoloxix.it
Dopo la visita e le denunce della fp cgil, il capo del Dgm si reca all’ipm di bologna.
Pressata dai sindacati della Polizia Penitenziaria, accusata di essere “sorda” alle istanze lanciate da Bologna, a sopresa si è presentata al Pratello la dirigente del Dipartimento per la giustizia minorile, la dottoressa Caterina Chinnici, figlia del giudice istruttore Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia nel 1983. La responsabile nazionale di istituti e centri per under 18, che al minorile era già stata in visita nell’estate 2012, ha incontrato i responsabili della struttura e ha fatto il punto della situazione, passando a salutare il prefetto prima di ripartire per Roma.
Alfonso Paggiarino, il direttore spedito a Bologna dopo gli scandali e le inchieste sugli abusi interni e i troppi silenzi, non aggiunge altro, “perchè si è trattato di una visita riservata, che tale doveva rimanere”. Parlano, invece, i rappresentanti dei lavoratori in divisa, in stato d’ agitazione da qualche giorno. “Negli ultimi anni per ristrutturare il minorile sono stati spesi più di 10 milioni. Un esborso enorme, su cui bisognerebbe farsi delle domande, visti i risultati. La mensa, riallestita in cortile e pronta da lungo tempo, ancora non è stata attivata perchè si sono scordati che i pasti non possono essere trasportati all’aria aperta per motivi igienici e mancano un percorso protetto. Il tetto dello stabile con le camere di detenzione è stato danneggiato dal terremoto e, per motivi di sicurezza, il piano sottostante è stato dichiarato inagibile allora e non ancora riparato”.
E pessimo, dicono altre voci dentro, è lo stato degli attigui uffici del tribunale per i minorenni e della procura. “Quando il ministro della Giustizia Annanmaria Cancellieri ha parlato di spazi fatiscenti e di possibile trasloco, lo scorsa settimana, si riferiva a queste due sedi giudiziarie, delicatissime ma in condizioni logistiche non accettabili”.
Operazione antidroga della Polizia penitenziaria di San Severo.
Dalle prime ore di questa mattina è scattata una operazione antidroga congiunta dal Comando della Polizia penitenziaria di San Severo ed il Nucleo Regionale Cinofili Antidroga di istanza a Trani. L’operazione atta a contrastare l’introduzione di sostanze stupefacenti all’interno del penitenziario di via E. Dotoli ha coinvolto circa 30 Poliziotti penitenziari e 2 unità cinofile antidroga. Durante i controlli una donna di 48 anni I.C. è stata denunciata a piede libero per aver tentato di introdurre 8,24 grammi di hashish occultati nelle parti intime, con l’intento di consegnarli al proprio figlio detenuto, ma è stata scoperta dal fiuto del cane antidroga Quter.
Spaccio di droga, agente penitenziario condannato a quattro anni.
LECCE – E’ stato condannato a quattro anni di reclusione M. G., agente di polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Lecce, accusato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.La condanna è giunta al termine del rito abbreviato, tenuto davanti al gip Annalisa De Benedictis, al quale il pm Carmen Ruggiero aveva chiesto appunto la condanna a quattro anni dell’indagato. L’assistente capo fu arrestato il 14 maggio scorso, al termine di un’operazione dei carabinieri di Maglie, che lo sorpresero mentre si introduceva in una villa in costruzione alle porte di Scorrano, uscendone poco dopo e portando in tasca 12 grammi di eroina, sette di cocaina e una pasticca.Pochi giorni dopo l’arresto a G. furono concessi gli arresti domiciliari, ai quali si trova ristretto tutt’ora.
Caso Cancellieri, il Vice Capo del DAP Cascini per la Ligresti ci attivammo prima della telefonata.
Non è vero che ci siamo interessati perché era amica del ministro” perché sul caso di Giulia Ligresti ci si era già attivati prima della telefonata di Annamaria Cancellieri, “ma se il caso non ci fosse stato noto io mi sarei attivato eccome; me ne sarei interessato personalmente, come faccio o cerco di fare per ogni situazione a rischio di cui vengo a conoscenza. E sarebbe assurdo il contrario”. Lo afferma in interviste al Corriere della Sera e al Messaggero il vice capo del Dap Francesco Cascini, aggiungendo, intervistato anche dal Sole 24 Ore, che “in almeno 40 casi il ministro Cancellieri mi ha segnalato situazioni di criticità, chiedendomi: Si può fare qualcosa? E in quei casi abbiamo fatto ben più di quanto, invece, non abbiamo fatto con la Ligresti”.
Peraltro, “è del tutto evidente che io non mi sia sentito pressato o condizionato dalla segnalazione del ministro – spiega Cascini – anche perché quella richiesta di interessamento non è stata la prima, né probabilmente l’ultima”. “Solo nell’ultimo anno – precisa – ci sono stati segnalati 1.200 casi di autolesionismo e 300-400 di sciopero della fame”. Segnalazioni che arrivano da “detenuti, familiari, Garanti, parlamentari. Non ce n’è una che non venga istruita”.
O arrivano “anche attraverso lettere recapitate al Ministero o al Presidente della Repubblica”. L’unica differenza in questo caso, sottolinea “è che il ministro ha avuto notizia di un detenuto a rischio non per le sue funzioni istituzionali bensì per un rapporto privato di amicizia”.
Nella telefonata del “18 o 19 agosto, era il mio primo giorno di vacanza”, Cancellieri “mi disse di essere amica dei Ligresti” e di essere “molto preoccupata, perché si trattava di una persona che aveva avuto problemi di anoressia e temeva che potesse commettere gesti disperati”. Ma “non feci niente perché, come le dissi sapevo già di quel caso particolare seguito con attenzione da chi di dovere. Il mio ufficio si era attivato sin dai primi sintomi di malessere”.
Cuneo , minaccio’ agenti di polizia penitenziaria detenuto condannato a sei mesi.
L’ho chiesto quattro volte. Non potevo fare i colloqui con i parenti perché tutta la mia famiglia (padre, madre e la sorella. ndr) sono detenuti. Volevo essere trasferito nel carcere vicino ai miei genitori”. Sarebbe stato questo il motivo per cui un uomo nel giugno 2011 aveva minacciato agli agenti di polizia penitenziaria di uccidersi. E aveva anche tentato di farlo, bevendo detersivo e procurandosi un taglio con la lametta all’avambraccio. Questa mattina il detenuto, un italiano, è stato condannato dal tribunale di Cuneo per minacce a pubblico ufficiale, per costringerli a compiere un atto nel loro servizio, a sei mesi di reclusione, pena sostituita con 45mila euro di multa. L’imputato era in cella d’isolamento nella casa circondariale di Cerialdo per motivi disciplinari, da una decina di giorni. Un’agente ha spiegato che l’uomo “Era in stato di agitazione, reclamava dei vestiti che erano nella precedente cella, e disse che se non gliele portavano entro 10 minuti si sarebbe provocato tagli e avrebbe bevuto detersivo”. Poco tempo dopo il detenuto mette in atto quanto minacciato: “Era steso a terra, con il sangue che usciva da avambraccio e ho chiamato subito il medico”. Prima del gesto autolesionistico, aveva inserito nella toppa della cella della sostanza in modo impedire che gli agenti potessero ritornare nella sua cella: “Non volevo che entrassero, allora ho fatto tutto questo così poi mi portavano in infermeria. È stata una protesta perché volevo parlare col direttore”. La difesa, sostenendo l’assoluzione per legittima difesa, ha replicato che il detenuto avrebbe avuto paura vedendo più agenti fuori dalla porta. In più si trovava “Dentro una cella in uno stato degradante e pericoloso dal punto di vista psicologico, ed è quindi possibile che si sia sentito minacciato”.
Terni: Polizia penitenziaria in stato di agitazione, protesta contro apertura nuova sezione.
La polizia penitenziaria del carcere di Terni è in stato di agitazione in seguito all’annuncio dell’apertura di una sezione del nuovo padiglione della struttura. Lo annunciano le otto sigle sindacali della struttura in un comunicato in cui specificano che nella nuova sezione saranno subito trasferiti 27 detenuti. Secondo i sindacati si tratta di “un’azione arbitraria, unilaterale ed antisindacale”, resa ancora più grave dal fatto “che vi è un accordo con il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Ilse Runsteni, sul fatto di procrastinare l’apertura del nuovo padiglione al momento in cui il dipartimento centrale avrà inviato risorse umane nella regione Umbria”. Il problema è infatti sempre lo stesso: tanti, troppi detenuti e pochi, pochissimi agenti penitenziari.Sollecitando la sospensione del provvedimento, i sindacati chiedono ora un incontro urgente con il provveditore regionale mentre alle proprie segreterie generali chiedono di intercedere presso l’ufficio del ministro e presso il Dap.
Cremona ,aperto il nuovo padiglione ora il carcere ospita 200 detenuti in piu’.
Aperto il nuovo padiglione del carcere di Cremona. Alcuni detenuti, poco più di una decina, sono stati trasferiti da Mantova a Cremona, altri ne stanno arrivando così come era stato previsto. Ma l’apertura del nuovo padiglione non risolve la questione del cronico sovraffollamento della casa circondariale di Ca’ del Ferro, che oggi ospita circa duecento persone in più rispetto a quella che sarebbe la capienza prevista. Inoltre i detenuti che arriveranno a Cremona, in particolare da Mantova e San Vittore, sono «comuni giudicabili», il che significa che spesso dovranno partecipare ad udienze in tribunali diversi da quello di Cremona con un aggravio di lavoro per il personale in servizio. Secondo calcoli fatti da Sel, il partito che in questi mesi ha seguito molto da vicino la questione del carcere di Cremona, potrebbero arrivare fino a duecento i detenuti ospitati nel nuovo padiglione. Se così fosse la situazione rischierebbe davvero di diventare esplosiva. Gli agenti penitenziari in servizio a Cremona sono duecento circa.
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Redazione CGIL Polizia Penitenziaria