C’era una volta, in un tempo lontano, il Regno della Previdenza: un vasto territorio fatto di pianure verdeggianti e di terre assolate, tenute insieme da un’unica grande macchina, l’Amministrazione della Corona.
Per anni quella macchina aveva funzionato a singhiozzo. In alcune province i mercati erano fitti, le strade affollate e i bisogni dei cittadini crescevano come edera sui muri, ma gli uffici si erano progressivamente svuotati per il costo della vita. Scrivanie senza nome, sportelli ridotti, funzionari costretti a reggere il peso di tre ruoli diversi: così andava.
Altre contee resistevano, invece, alle offese del tempo e ai tagli alla spesa, custodendo organici più robusti. E qui talvolta gli emissari locali facevano anche i preziosi, si lasciavano pregare, rifiutando di ospitare chi versava in difficoltà e chiedeva un’assegnazione temporanea: “non c’è spazio”, sbottavano.
Un giorno accadde che il Governo del Regno annunciò la grande Immissione di Nuove Risorse e i sudditi delle province dagli uffici deserti tirarono un sospiro di sollievo: finalmente, pensarono, giustizia sarebbe stata fatta.
Le province dagli uffici deserti si sentirono mortificate, affamate di personale e sommerse da pratiche. Allora nel Regno cominciò a serpeggiare una domanda, sussurrata prima e poi sempre più chiara: chi aveva deciso così? Era forse stato il Dicastero della Pianificazione, che tracciava mappe senza guardare il terreno? O qualcun altro aveva contato teste senza pesare carichi? E perché nessuno, tra i custodi del sistema, sembrava rispondere di quelle scelte?
Intanto, accadeva un altro fenomeno, silenzioso ma inesorabile.
Alla prima mobilità utile, al primo viaggio verso altri regni, molti avrebbero cercato altrove ciò che la Provvidenza non aveva concesso. Col rischio di rendere le realtà meno popolate ancor più sofferenti.
E mentre il Regno scricchiolava sotto il peso delle sue incoerenze, si registrarono misteriose sparizioni.
Nei giorni delle illusioni, quando si parlava di riequilibrio, di attenzione e di futuro condiviso, erano comparsi gli Imbonitori del Regno, che distribuivano tessere come amuleti e assicuravano che tutto sarebbe stato sistemato, che bastava avere fiducia e firmare.
Ma quando le assegnazioni furono rese note e l’ingiustizia divenne evidente, gli Imbonitori sparirono come foschia. Alcuni ne sentivano ancora le voci nei corridoi, sempre più stanche e meno intense, distanti dai saloni pubblici.
Così i sudditi compresero che non solo il Regno aveva ignorato i bisogni della cittadinanza, ma anche coloro che sedendo al tavolo avevano giurato soluzioni facili avevano fatto orecchie da mercanti.
Chi tace davanti a un’ingiustizia non finisce per esserne complice?
Giuseppe Lombardo