INPS – Rassegnati… ma coi nostri soldi!

21 Gennaio 2026

C’è chi ama raccontarsi come l’eroe silenzioso della storia sindacale, l’ultimo baluardo contro l’ingiustizia. Una figura mitologica, a metà tra il salvatore della patria e il narratore di imprese gloriose, che però – a uno sguardo un po’ più attento – assomiglia spesso a un abile sceneggiatore: bravo a montare la storia, meno a cambiare il finale. 

Con la riapertura del tavolo del CCNL è tornato di moda, ad esempio, un celebre ricorso alla Corte Costituzionale, elevato a evento fondativo, epifania di tutte le stagioni negoziali.

Chi ha memoria storica, però, sa bene come è andata. La Corte, è vero, disse che il blocco dei contratti non poteva continuare all’infinito; ma disse anche che il potere d’acquisto perso era perso per sempre. Fine della storia. Game Over.

Nessun risarcimento, nessun recupero, nessun ritorno all’antico splendore. Solo la possibilità di riprendere a contrattare, partendo però da una base più bassa.

Eppure, in certi racconti, quella sentenza diventa una vittoria epocale.

È un capolavoro di trasformismo narrativo: la perdita diventa successo, la rinuncia un trionfo, la sconfitta una medaglia.

Poi, per spiegare le dinamiche salariali, gli stessi impavidi moschettieri aprono il capitolo del Covid, che ormai funziona come il prezzemolo: sta bene su tutto.

La pandemia viene evocata quale giustificazione universale, come se bastasse pronunciare quella formula magica per mettere a tacere ogni domanda sul presente e sul futuro dei nostri stipendi.

Peccato che in questo Ente la memoria funzioni ancora.

Durante la pandemia il pubblico non si è fermato. Ha lavorato. E spesso ha lavorato di più.

NOI ABBIAMO GARANTITO SERVIZI, GESTITO EMERGENZE, ASSORBITO CARICHI STRAORDINARI, REINVENTATO MODALITÀ ORGANIZZATIVE IN TEMPI RECORD. SENZA MAI LASCIARE SOLA L’UTENZA. NON ERA ESATTAMENTE UNA VACANZA RETRIBUITA!

E oggi, a distanza di anni, cosa viene proposto ai dipendenti INPS? Un sobrio invito al “realismo”, un plauso e nulla più.

L’inflazione ha fatto il suo corso? I salari hanno perso valore? Bisogna farsene una ragione. Almeno non siamo disoccupati.

È un realismo di maniera, elegante e rassegnato, che suona così: avete dato tanto, ora accettate di valere di meno.

Quindi prima si chiede di reggere il peso della crisi, poi si chiede di sorridere mentre lo stipendio cala.

E che dire, ancora, dello Smart working, rivendicato come merito di parte in barba alla realtà? Il lavoro agile è stato disciplinato dalla contrattazione 2019-2021, non certo dal “contratto della vergogna”. Questo, anziché rafforzare il lavoro a distanza, ha promosso il dogma della settimana “cotta”: quella in cui devi morire in sede pur di passare qualche ora a casa, in un giorno peraltro scelto dal datore.

Ma la perla, come nei botti di Capodanno, arriva col finale: il richiamo all’autonomismo “puro”, quello “neutrale” e “senza ideologie”.

Quando ogni arretramento viene spiegato con “il contesto”, quando ogni perdita diventa “inevitabile”, l’ideologia non scompare. Si traveste. Indossa il completo del pragmatismo e si presenta come buonsenso. Ma sempre ideologia resta. Solo che fa gli interessi della controparte.

Le lavoratrici e i lavoratori non sanno che farsene di questo autonomismo velleitario e schierato.

Non hanno bisogno di racconti edificanti su sconfitte trasformate in virtù. Hanno bisogno di una rappresentanza che non confonda il realismo con la rinuncia, la moderazione con la resa. 

Perché se il realismo è una cosa seria, la rassegnazione – invece – è soltanto una scelta. E neanche lusinghiera.

Coordinatore nazionale FP CGIL INPS

Giuseppe Lombardo

 

X
Questo sito usa i cookie per offrirti la migliore esperienza possibile. Procedendo con la navigazione sul sito o scrollando la pagina, accetti implicitamente l'utilizzo dei cookie sul tuo dispositivo. Informativa sull'utilizzo dei cookie Accetto