In tempi pre-feriali, con queste temperature, c’è chi giustamente si sogna un bel piatto di pesce al mare. Deve essere questo il motivo per cui alle latitudini dei dipartimenti centrali del MEF qualcuno deve aver pensato bene di imitare certe pietanze, pensando che fosse normale andare all’indietro per tentare di andare avanti.
Non si spiega diversamente l’aver prodotto una bozza di accordo sui criteri per l’estensione del lavoro agile e di policy sul lavoro agile per il personale dirigente che guarda così tanto all’indietro. Insieme al tentativo maldestro di richiamare il settore privato come modello per un’amministrazione pubblica, che dovrebbe avere ben altri princìpi fondanti della propria azione rispetto al dover generare un profitto – tra l’altro proprio in quei settori è stato ampiamente dimostrato come il ricorso al lavoro agile abbia determinato incrementi di produttività tali da più che compensare qualsiasi valutazione negativa in termini organizzativi.
Per di più per una categoria di personale che è intrinsecamente legata al lavoro per obiettivi, alla verifica dei risultati raggiunti ed è infatti regolata dal tempo di lavoro, non dall’orario di lavoro. Posto che continueremo a chiedere che tutto il personale dovrebbe poter accedere a una modalità di esecuzione della propria prestazione lavorativa che garantisce margini migliori di conciliazione dei propri tempi di vita e di lavoro, che determina un miglioramento del benessere organizzativo e della qualità dei servizi, con l’unico vincolo legato alla “smartabilità” o meno delle proprie attività lavorative.
Evidentemente la sindrome da “nido vuoto” prevale in scapito di qualsiasi valutazione oggettiva, basata sui dati e non sulle attese o valutazioni di carattere soggettivo del datore di lavoro. Ma non ci arrendiamo e continueremo a chiedere cambiamenti, in particolare:
l’aumento del numero di giornate di lavoro agile “standard”;
l’aumento del numero di giornate di lavoro agile per i dipendenti che si trovino nelle condizioni delineate dai criteri per l’estensione del numero di giornate;
l’ampliamento delle casistiche per accedere all’estensione, compresi i pendolari e il personale con un’età più elevata;
l’articolazione di differenti modalità di articolazione delle giornate di lavoro agile, compresa ad esempio la cumulabilità sul trimestre per chi svolge funzioni ispettive e per i dirigenti delle CGT, in particolare per coloro che abbiano più sedi distanti tra loro da dirigere;
la possibilità di accedere alle medesime condizioni al personale che lavora presso gli uffici di diretta collaborazione.
Inoltre siamo ancora in attesa di capire quali siano le determinazioni dell’amministrazione riguardo il tema del ricorso allo smart working in deroga qualora le condizioni di salute e sicurezza sul lavoro lo richiedano, come richiesto da questa organizzazione sindacale lo scorso 30 giugno, tra le misure da porre in atto per prevenire i rischi collegati alle ondate di calore che investono ormai gli uffici di tutto il Paese.
Restiamo in attesa di sapere quindi se l’amministrazione a livello centrale intenderà ascoltare realmente le richieste praticamente univoche di tutte le organizzazioni sindacali o se pensa sia possibile, nel 2026, guardare ancora una volta al secolo scorso invece di raccogliere a pieno la sfida di un’organizzazione moderna e al passo con i tempi.
Il Coordinatore nazionale FP CGIL MEF
Andrea Russo