Il titolo che abbiamo scelto per questo nostro comunicato potrebbe suonare come umorismo macabro, ma rende l’idea di ciò che abbiamo letto in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà in un articolo in primo piano sulla nostra Intranet, che impone un’attenta riflessione sul ruolo della comunicazione di un grande Istituto pubblico come l’INPS.
Ciò che intendiamo non è certo contestare la veridicità dei singoli numeri estratti dal report ISTAT, ma rimarcare la rappresentazione parziale e decontestualizzata che ne viene fatta, selezionando solo gli indicatori rassicuranti per costruire una narrazione di comodo.
Sì, perché ad un’attenta osservazione definire il quadro sociale «incoraggiante» in virtù di un calo congiunturale del rischio di povertà o esclusione sociale dal 23,1% al 22,6% significa nascondere la drammatica sostanza della realtà: quel 22,6% si traduce nella presenza di oltre 13 milioni di persone in condizioni di vulnerabilità.
Una lettura orientata all’equilibrio non avrebbe potuto ignorare che, nel medesimo arco temporale, la grave deprivazione materiale e sociale è aumentata dal 4,6% al 5,2%, arrivando a colpire oltre 3 milioni di cittadini.
La debolezza di questa ricostruzione appare ancora più evidente se si considera che, proprio il giorno precedente alla nota dell’Istituto, ISTAT diffondeva rilevazioni complessive sulla povertà, certificando ben 5,4 milioni di persone in povertà assoluta e quasi 8,7 milioni in povertà relativa.
Dati che mostrano oltretutto spaccature di classe profonde e inaccettabili, con un’incidenza della povertà assoluta che colpisce principalmente le famiglie operaie.
Anche il dato relativo al reddito familiare richiede un’analisi più articolata: l’aumento reale del 4,1% registrato nell’ultimo anno non può essere considerato isolatamente, ma va inquadrato nel contesto, dal momento che lo stesso ISTAT precisa come il reddito familiare reale medio rimanga ancora inferiore del 4,9% rispetto ai livelli del 2007.
Il dato medio, poi, non evidenzia le profonde divergenze nell’andamento delle diverse tipologie di reddito, che hanno visto i redditi da lavoro dipendente penalizzati rispetto ad altre categorie. I recuperi contrattuali non sono stati sufficienti a compensare l’inflazione registrata negli ultimi anni. Di conseguenza, il potere d’acquisto medio delle retribuzioni, tra il 2021 e il 2026, ha subito, secondo i dati ISTAT, una perdita del 9,4%, che supera il 10% nel pubblico impiego.
Di fronte a oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta, a stipendi reali di molto al di sotto di 4 anni fa e all’aumento della deprivazione materiale, un Ente di garanzia non può prestarsi a letture edulcorate o a selezioni di comodo.
Chiediamo all’INPS di garantire una comunicazione rigorosa, trasparente e capace di chiarire sempre i contesti in cui i dati vengono esposti, affinché l’informazione pubblica serva a comprendere la reale condizione sociale del Paese e non a rappresentarla in modo consolatorio.
Questa comunicazione Intranet è ancor più preoccupante, perché arriva dopo la deriva censoria che già segnalammo con il nostro Comunicato del 22 settembre. Infatti, la decisione dell’INPS di sopprimere i Rendiconti sociali provinciali per accorparli in un unico evento regionale, e di sottrarre tutti i Rendiconti ad una gestione plurale e trasparente (garantita dalla positiva collaborazione tra il CIV, i Comitati e le Direzioni, centrali e territoriali dell’Istituto), nasconde la volontà di silenziare i dati più scomodi, limitandone la trasparenza, sottraendoli dal confronto pubblico e mortificando il lavoro delle sedi territoriali. Non possiamo accettare che una rassicurante e compiacente narrazione prevalga sulla reale conoscenza dei problemi dei cittadini e del Paese.
Per denunciare il progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie italiane, sabato scorso un corteo di 100.000 manifestanti, promosso dalla CGIL insieme ad altre cento associazioni laiche e cattoliche, ha attraversato Roma.
Di fronte a una manovra che, nelle sue premesse, non offre risposte concrete alle esigenze del mondo del lavoro e nel momento in cui il Governo decide invece di destinare 15 miliardi di euro agli armamenti, la CGIL ha proclamato uno sciopero generale per il prossimo 20 novembre per chiedere una svolta nelle politiche economiche e sociali del Paese.
Luca Giovinazzo
Coordinatore Nazionale Fp Cgil INPS