Un giorno di ordinaria Giustizia, il racconto di una lavoratrice

03 Luglio 2019

Questo è il racconto di Maria, una funzionaria della Giustizia della provincia di Barletta-Andria-Trani, che lo scorso 28 giugno ha scioperato, insieme a molti dei suoi colleghi, per le gravi carenze che ci sono nei Palazzi di Giustizia.
Uffici svuotati, personale anziano, demotivato e pagato meno di tutti gli altri dipendenti pubblici. Un sistema al collasso, nel quale, però, i dipendenti non cedono di un millimetro e proseguono il loro lavoro con professionalità.
Maria ci ha voluto raccontare tutto questo in una lettera.

 

Dovremmo contare! Contare i numeri di questo sciopero appena trascorso, consumatosi in un venerdì come tanti, un venerdì di caldo da bollino rosso.
Dovremmo contare in quanti abbiano aderito! Ci troveremmo di fronte alle considerazioni di sempre: le organizzazioni sindacali che valorizzano i numeri pensando alle persone che li incarnano, i centri di potere che snocciolano numeri come fossero numeri e basta, numeri incastonati in una lettura di comodo che i più, ormai, prendono per buona, anestetizzati dai media.Si, perché la notizia di questo sciopero ha appena lambito le pagine della carta stampata, l’informazione televisiva, i social.

In mezzo a questa dicotomia ci sono i lavoratori che non hanno avuto dubbi sin dall’inizio.

Questo sciopero va fatto!

Una scelta che sta nella logica delle cose, nella gradualità delle forme di protesta e rappresenta l’apice della propria autodeterminazione sindacale.

Un gesto straordinario che affonda i piedi nel proprio ordinario: varcare ogni giorno i grandi portoni dei palazzi di giustizia, superare con lo sguardo ciò che non ti piace e che continui a non accettare, luoghi trascurati, talora sporchi, certamente disadorni, percorrere lunghi corridoi, patria di fascicoli e di polvere, custoditi in grandi armadi, rigorosamente uno diverso dall’altro, perché l’estetica non va d’accordo con la contrazione della spesa della pubblica amministrazione. Stranamente non si comprende, però, con cosa vada d’accordo l’insana abitudine di accendere luci in pieno giorno, lì dove ampi finestroni celebrano l’accecante luce di un giorno sereno e soleggiato.

Avanzi sino a giungere alla tua stanza di lavoro avendo già incrociato i colleghi più mattinieri, che già si sbracciano tra faldoni ed elenchi fingendo una gioventù e una prestanza che non hanno più: qualche giorno fa hanno scoperto che finalmente vanno in pensione!
Per ora sono lì, come fieri soldati, a combattere la loro battaglia fatta di lavoro e fascicoli, lavoro e pazienza, lavoro e precisione.

 

E nel salutarli li chiami per nome, come a fermare il valore dell’identità. E indugi con lo sguardo nello sguardo di ognuno di loro, perché ti hanno insegnato che dall’indugio di sguardi nascono le relazioni umane, poi di collaborazione, poi di solidarietà, poi di visioni condivise, di azioni condivise.
Tutto in un fuggevole scambio di sguardi e di nomi, prima che si avvii la liturgia della fretta, delle udienze, delle toghe indossate, alla fine lasciate lì nell’aula, a celebrare sul banco il termine dell’udienza, quando intanto sono giunte le 6 di sera, talvolta le 8 di sera e fuori del Palazzo nessuno si è accorto che tu sei ancora lì.

E mentre avanzi nell’esordio di questa giornata di lavoro rammenti che non hai potuto ancora salutare la collega della stanza accanto, non è ancora arrivata: ha un orario speciale. Prima di occuparsi di fascicoli e udienze, in altre latitudini geografiche e di responsabilità, lei si occupa di suo padre, lo sveglia, lo cura, lo lava perché affronti la sua giornata di malato di Alzhaimer, fermando nella memoria che è sua figlia ad accudirlo, non un badante arrivato da est.

 

C’è un “mondo della giustizia” che riempie pagine di giornali, con grandi processi che si avviluppano su grandi tragedie ma anche su vicende di danaro e di affari che fanno più fragile e piegato il senso di umanità che è in ognuno di noi.
Poi c’è un “mondo della giustizia” fatto di silenziosi e attenti addetti ai lavori, che hanno sempre mani sporche di polvere e di toner, che telefonano a casa per confermare che faranno tardi, che alla riunione della scuola del figlio non potranno andare, che in vacanza si parte con un giorno di ritardo perché c’è una statistica da preparare, che non riuscirà ad andare a cena fuori perché sarà stanco.

 

Questa gente “ordinaria” non smette di sorridere, mentre si tira su gli occhiali con il dorso della mano perché le dita sono intrise di polvere e di toner.
E’ per onorare questa ordinarietà che tanti lavoratori non hanno avuto dubbi sin dall’inizio: questo sciopero va fatto!

E se saremo stati pochi, pazienza! Avremo fatto come il colibrì di una vecchia leggenda africana che, deriso dal leone della foresta per l’inutilità del suo gesto di portare acqua con il suo piccolo becco dal lago all’incendio divampato nella foresta, rispose fiero senza fermarsi “io sto facendo la mia parte, e tu?”

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