Servono autisti, serve una organizzazione del soccorso adeguata alle richieste del cittadino, per questo la Fp Cgil VVF di Bari chiede un incontro urgente in vista della Campagna AIB 2019
Pubblichiamo la ministeriale n. 0193026U del 18.6.2019 di cui all’oggetto
Polizia Penitenziaria pubblichiamo la convocazione sul tema in oggetto.
Pubblichiamo il testo del CCNL Opere Valdesi 2017/2019 che abbiamo sottoscritto ieri.
Al MIBAC
Sig. Ministro
On.le Alberto Bonisoli
Al Sig. Capo di Gabinetto
Dr.ssa Tiziana Coccoluto
Sig. Segretario Generale
Dr. Giovanni Panebianco
Sig. Direttore Generale Organizzazione
Dr.ssa Marina Giuseppone
LORO SEDI
Osservazioni FP CGIL allo schema di DPCM di riorganizzazione del MIBAC
A cinque anni dall’avvio della precedente riforma il nuovo Governo presenta una proposta articolata di riorganizzazione della macro strutture ministeriali. La proposta è generalmente indirizzata a sostanziare la precedente nei principi di governance dell’apparato, senza metterne in discussione gli assetti e le scelte organizzative fondamentali. In particolare lo schema avanzato tenta di intervenire sulla linea decisionale con l’obiettivo di ridurre le incongruenze che le precedenti fasi avevano evidenziato, rafforzando il potere delle strutture centrali e rideterminando gli ambiti territoriali delle strutture periferiche, con riferimento specifico al sistema museale e delle relative autonomie ed ai Segretariati ex regionali.
La seconda premessa che pare doveroso evidenziare è che lo schema fornito non consente, in assenza diuna parametrazione territoriale che denoti l’effettiva distribuzione territoriale degli Uffici di nuova costituzione, una valutazione approfondita sugli effetti che la riorganizzazione prevista produce sugli organici dei settori interessati, che si può basare solo in casi specifici sulla rimodulazione delle competenze.
A livello centrale lo schema interviene con alcune sostanziali novità: l’ampliamento del numero delle Direzioni Generali, tramite l’istituzione della DG Contratti, e delle competenze in capo al Segretariato Generale, attraverso l’allocazione, al suo interno, di due Direzioni Generali, l’Unità per la programmazione, l’innovazione e la digitalizzazione dei processi e l’Unità per la sicurezza del patrimonio culturale e la gestione delle emergenze, il rafforzamento delle competenze gestionali delle Direzioni Generali, con riferimento a poteri gestionali e sostitutivi e nella identificazione delle linea gerarchica.
Alla luce di quanto sopra non possiamo che confermare il giudizio critico già espresso nella precedente nota di osservazioni: siamo in presenza di una operazione di forte accentramento burocratico e di una proliferazione ingiustificata di nuove Direzioni Generali.
La nuova DG Contratti presenta, alla lettura delle competenze attribuite, un potenziale rischio di duplicazione burocratica con la DG Bilancio (appare faticosa persino nel lessico la ricerca di competenze gestionali che non possano tranquillamente rientrare tra quelle esercitate dalla DG Bilancio) e un interfaccia con la linea del controllo amministrativo, la cui inefficacia viene affrontata con effetti moltiplicatori che intervengono sulla stessa linea attribuendo, come vedremo, a più soggetti funzioni e responsabilità che comunque pongono, come vero punto di riferimento, la struttura del Segretariato Generale come punto nodale nel governo dei processi connessi.
Il Segretariato Generale diventa, in questo schema, il grande dominus del Ministero.
Il processo è evidente nell’attribuzione di una nuova competenza gestionale strategica quale la gestione dei processi di formazione e integrazione delle banche dati e di digitalizzazione, mentre le funzioni di coordinamento rispetto agli interventi e la gestione delle emergenze diviene competenza gestionale diretta. Il tutto tramite la creazione di ben due nuove Direzioni Generali. A questo si aggiunge la ridefinizione della linea gerarchica dei nuovi Segretariati distrettuali, che afferiranno non più alla DG Bilancio ma al Segretariato generale stesso, interfacciandosi anche con la DG Contratti, stabilendo in tal modo il nuovo triangolo del controllo.
In tale contesto rimane una funzione del tutto estraniata quella esercitata dall’Organismo Interno di Valutazione della performance, la cui struttura organizzativa viene appena abbozzata, e non c’è alcun intervento di ridefinizione dei compiti e della dotazione professionale del Servizio Ispettivo, anche in considerazione delle necessità che comporta l’estensione dei compiti ispettivi ai Segretariati distrettuali.
Rispetto alla funzione del Segretariato non possiamo che ribadire la nostra netta contrarietà ad una operazione di forte accentramento gestionale: come ci ricorda lo stesso schema il Segretariato opera alle dirette dipendenze del Ministro e pertanto dovrebbe avere esclusive funzioni di coordinamento, indirizzo e controllo. La commistione che invece si propone pone a rischio il principio di separazione dei poteri tra indirizzo politico e gestione amministrativa, in modalità perfettamente lineari con le normative che hanno inciso in modalità a nostro avviso deleterie per il principio di terzietà della Pubblica Amministrazione.
L’altro elemento critico è la moltiplicazione di strutture che al loro interno assommano funzioni di gestione diretta della spesa e funzioni di controllo. Questo vale per tutte le strutture sopra elencate che compongono il nuovo triangolo del controllo. Anche in questo caso la percezione che perviene è che l’incapacità sostanziale di avere una linea efficace di controllo sulla spesa si ritiene possa essere risolta tramite accentramenti e rafforzamenti di poteri sostitutivi assommati a quelli di controllo. Una sorta di tutoraggio estremo rispetto all’apparato periferico che rischia semplicemente di rallentare ulteriormente l’azione amministrativa. Se il fenomeno che si vuole aggredire è il ricorso eccessivo a prassi contabili “estreme”, quali ad esempio la somma urgenza ed i contratti in economia sotto soglia, ribadiamo che la soluzione non poteva essere che l’attribuzione di poteri di spesa ai dirigenti e la separazione dalla gestione dal controllo, almeno al fine di evitare l’effetto paradossale di soggetti controllori controllati che operano a cascata al loro interno, con il rischio concreto di appesantire ulteriormente le procedure connesse.
Ulteriore notazione riguarda il rafforzamento dei poteri della DG Abeap: noi abbiamo ascoltato con interesse le ragioni che il DG Famiglietti ha portato al tavolo ed è chiaro che tutte le operazioni che sono finalizzate a rafforzare i presidi di tutela sono per noi le benvenute. In questo caso non siamo riusciti a fugare le nostre perplessità: l’accentramento di competenze dirette in capo ad un unico soggetto non ci pare mai una soluzione adeguata, mentre sono benvenute le funzioni sostitutive in caso di inadempienze e/o omissioni amministrative. L’abolizione della conferenza regionale dei Soprintendenti non può avere come semplice motivazione il fatto che in quel caso si è più esposti ai condizionamenti “ambientali”: se tale strumento si è rilevato inadeguato se ne doveva prevedere un altro che garantisse l’esercizio della specifica responsabilità dei dirigenti sul territorio e allo stesso tempo rafforzasse i poteri di intervento diretto della Direzione Generale. Anche perché ci risulta che i condizionamenti “ambientali” valgono per tutti e l’attribuzione di questi poteri al solo Direttore Generale non ci pare lascino certo immuni da interferenze politiche rispetto alle scelte da adottare. Non fosse altro che tali nomine sono per loro natura più assoggettate a scelte politiche. Appare inoltre una riduzione da 6 a 5 dei Servizi. A cui si aggiunge la costituzione del nuovo Ufficio Esportazione. Chi pagherà pegno sarà con ogni probabilità il Servizio VI – Tutela del patrimonio demoetnoantropologico e immateriale, dimostrando ancora un volta la scarsissima attenzione per una funzione delicata e importante di tutela del nostro patrimonio culturale. Soppressione per la quale, qualora confermata, anticipiamo tutta la nostra ferma contrarietà. E che si aggiunge a quella decisa per il Polo delle Civiltà, per il quale non si evincono soluzioni alternative per gli Istituti coinvolti in questo progetto.
Infine non si può non rappresentare come questa operazioni porti ad una ulteriore sottrazione di risorse dirigenziali alla periferia e determini proporzionalmente anche nei pesi numerici una preponderanza delle strutture centrali.
A livello periferico l’operazione ha inciso su vari agglomerati organizzativi, ridefinendone ambiti territoriali e competenze.
L’istituzione dei Segretariati distrettuali si accompagna ad una profonda revisione delle competenze degli ex regionali, che sostanzialmente identifica questo Ufficio come centro di raccordo amministrativo sul territorio. I Segretariati mantengono la stazione appaltante, operano sulla linea del controllo, coordinano le attività amministrative sul territorio dove curano anche le relazioni sindacali e l’applicazione delle materie che riguardano il benessere del personale. E’ importante rilevare che, così come viene riportato nello schema, il Segretariato distrettuale risulterebbe essere l’unico soggetto sul territorio a curare le relazioni sindacali, pertanto noi riteniamo che questo concetto debba essere specificato meglio: le relazioni sindacali si curano in tutti i luoghi di lavoro definiti dagli accordi sulla costituzione delle RSU come sedi di contrattazione, questo vale anche per i Segretariati stessi, mentre a livello di ambiti territoriali più elevati il Segretariato interviene come soggetto regolatore dei conflitti, ai sensi delle vigenti norma contrattuali. In ordine alle competenze attribuite richiamiamo le osservazioni sopra esplicitate rispetto alle caratteristiche del cosiddetto “triangolo del controllo”, riteniamo positivo siano state salvaguardate le funzioni in ordine al raccordo con le Regioni sulla predisposizione dei piani di interesse paesaggistico, esprimiamo profonde perplessità in ordine alla prevista rarefazione territoriale ed all’abbandono degli ambiti esclusivamente regionali e preoccupazioni per la definizione dei relativi organici ed alla necessità di riallocazione di lavoratori che dovessero risultare in esubero.
Per quanto riguarda il settore museale l’intervento si indirizza verso due direttrici: la revisione dei
Poli Museali, adesso agglomerati nelle Direzioni territoriali delle reti museali, e la revisione numerica
e organizzativa dei Musei autonomi, tramite un processo che lo schema definisce in progress. Di
conseguenza di ridefiniscono gli ambiti territoriali, che adesso avranno estensione su base sovra-regionale e si flessibilizza la possibilità di definire su base territoriale sistemi di reti museali sul territorio.
Nel contempo si opera sulle autonomie museali, riducendone il numero ed in qualche caso (Marche e
Umbria) inglobando i Poli Museali. L’operazione sui Musei autonomi sembra ancora non definita e
prelude a modelli di accorpamento ulteriori , disponendo peraltro un rafforzamento organizzativo dei
Musei articolati in Direzioni Generali, che potranno integrare l’organico con un dirigente di seconda
fascia e rinviando a fasi regolamentarie successive ulteriori operazioni di creazione di nuove autonomie o di accorpamenti/ inglobamenti all’interno dei vari circuiti. Siamo pertanto in presenza di una operazione di cui non è ancora possibile intravedere se non in piccola parte gli effetti concreti che avrà sul territorio. Resta grande la preoccupazione per i processi conseguenti di riallocazione del personale, peraltro proveniente da un altro, faticosissimo, processo derivante dalla precedente riorganizzazione.
La soppressione di 5 Musei autonomi non sembra corrispondere ad un progetto complessivo, ma solo a necessità indotte di razionalizzazione e recupero di posizioni dirigenziali. Noi avevamo certo sollecitato un freno alla eccessiva proliferazione di questi Istituti ma ci pare del tutto evidente che, ad esempio, la soppressione del Parco dell’Appia Antica sarebbe stata certamente comprensibile in un quadro di ricomposizione unitaria dell’Area Archeologica romana e quella di Villa Giulia anche, se questo preludesse ad una ricomposizione del territorio dell’Etruria Meridionale. Nel modo in cui viene disposta rappresenta una ulteriore mortificazione ai danni di territori che già hanno pesantemente pagato i costi di scelte organizzative precedenti . Rispetto al destino delle soppresse autonomie è pertanto necessaria la chiarezza sulle finalità di tale operazione e sulla identificazione delle strutture a cui gli ex musei autonomi dovranno fare riferimento. Al momento siamo solo in presenza di disarticolazione di strutture appena costituite e per alcune delle quali era stata paradossalmente appena rinnovata la Dirigenza.
Soprintendenze Abeap. Resta sostanzialmente immutata la forma organizzativa, basata sul sistema delle Uniche, con la previsione dei funzionari capi area in sostituzione delle dirigenze tecnico-scientifiche, e risulta molto più accentuata la presenza di meccanismi autorizzativi direttamente collegati alle funzioni gestionali dirette della Direzione Generale ABEAP. La percezione è quella di un processo che riduce ulteriormente l’autonomia e la capacità di intervento sul territorio e non risultano significativi investimenti organizzativi per rafforzare la struttura in ordine alla capacità di spesa, pur in presenza della eliminazione del vincolo di spesa entro i 100mila euro che tuttavia sembra corrispondere, vista la moltiplicazione di strutture e compiti sovraordinati, ad un ulteriore estraniamento di questa strutture dalla gestione diretta di spesa per gli interventi a tutela del patrimonio culturale e rispetto ai cicli manutentivi. Purtroppo questo schema consegna e rende quasi definitivo il processo di residualizzazione
organizzativa di queste strutture.
Uffici di Esportazione. La previsione di 4 Uffici Esportazione retti da altrettanti dirigenti è un’altra novità introdotta dalla schema del DPCM e sostanzialmente sostituisce in tutte e per tutto l’attività degli Uffici Esportazione presenti all’interno delle Soprintendenze, che di conseguenza si vedono sottratte anche questa competenze sulla base di un modello di ripartizione territoriale dei nuovi Uffici. Per verificarne gli ambiti effettivi occorre attendere i successivi atti regolamentari e la norma prefigura un modello nel quale i vecchi Uffici Esportazione potrebbero diventare sedi distaccate dei nuovi Uffici. Anche in questo caso, fermi restando gli opportuni approfondimenti sull’articolazione organizzativa che sarà definita dai regolamenti applicativi, sembra essere in presenza di separazione artificiale di competenze che comporterà un processo di assestamento organizzativo molto faticoso e certamente un ulteriore indebolimento delle Soprintendenze Uniche.
Soprintendenze Archivistico Bibliografiche.Lo schema sostanzialmente conferma l’ibrido organizzativo derivante dall’incauta sottrazione alle Regioni delle competenze in materia di tutela del patrimonio bibliografico, definendo la doppia subordinazione gerarchica alle Direzioni Generali afferenti e ancora non è possibile evincere quante Soprintendenze verranno istituite con riferimento all’annunciato aumento delle stesse.
Archivi di Stato.Si contesta la dipendenza gerarchica dalle Soprintendenze per gli Archivi di Stato non dirigenziali e si ritiene che gli stessi debbano afferire direttamente alla DG Archivi. La determinazione degli Archivi di Stato diretti da personale dirigenziale è rinviata ad una successiva fase regolamentaria.
Biblioteche e Istituti Culturali.Non è possibile definire in questa fase quale scelta è stata operata in riferimento alle Biblioteche annesse ai Poli Museali ed ai Musei Autonomi e sul punto si ribadisce che appare necessario avere chiarezza sul destino delle Biblioteche interessate. Anche per le Biblioteche l’individuazione delle sedi dirigenziali è rinviata ad una fase successiva.
Conclusioni
Dal punto di vista di un giudizio generale sul nuovo impianto organizzativo non possiamo che ribadire
che non ci sembrano significativamente messe in discussione le scelte organizzative definite dalla riforma Franceschini: i cicli di tutela e valorizzazione rimangono separati artificialmente, si introducono elementi di complessizzazione organizzativa delle strutture centrali, tramite la loro proliferazione ed un forte accentramento di competenze, gli interventi nel settore della tutela riguardano quasi esclusivamente un rafforzamento delle strutture centrali e producono una ulteriore perdita di competenze delle Soprintendenze, appaiono privi al momento di significative scelte riorganizzative i settori degli Archivi e delle Biblioteche, il rafforzamento delle strutture centrali produce una ulteriore sottrazione di preziose risorse dirigenziali alla periferia, l’istituzione di una linea sul controllo della spesa appare contraddittoria e a rischio di duplicazione, non risulta alcun intervento significativo volto a rafforzare la struttura organizzativa della Soprintendenze e dei settori più esposti sul versante della tutela, la rimodulazione del sistema museale ancora non chiarisce rispetto agli effetti che il processo produrrà sull’attuale assetto, rinviando ad atti successivi la concreta articolazione organizzativa, ancora non abbiamo certezze sul destino della Biblioteche annesse ai circuiti di valorizzazione.
Da quello più specificatamente sindacale è del tutto evidente che il nuovo schema organizzativo presuppone un nuovo processo di riallocazione dei lavoratori e pertanto la FP CGIL ribadisce, e chiede
che lo stesso faccia la controparte, la validità dei protocolli di intesa sottoscritti tra le parti in occasione della precedente riorganizzazione, esprimendo grande preoccupazione per la necessità di riavviare un processo appena concluso e che ha comportato un grande sforzo di pazienza da parte dei lavoratori, che hanno vissuto lunghe fasi di incertezza rispetto agli effetti della passata riforma sulla specifica condizione lavorativa. Lo schema sembra prefigurare, nella norma riferita alla dotazione organica, alla possibilità che il Ministero possa rideterminare, nei limiti dell’attuale dotazione teorica, il fabbisogno interno alle aree anche con riferimento al preventivato aumento della dotazione dirigenziale.
Una ipotesi che comporterebbe effetti negativi sui livelli occupazionali delle aree e come tale, a nostro avviso, da non prendere in considerazione: l’aumento della dotazione dirigenziale, pur se auspicabile, va realizzato utilizzando altri strumenti e non scaricando sul costo del lavoro interno, già compresso da precedenti manovre. Accanto a questo si aggiunge che il nuovo processo di riorganizzazione cade in un momento estremamente critico per le condizioni degli organici alla luce delle uscite previste per cessazioni e quota 100, determinando ancora più problemi in ordine ai vuoti drammatici che si stanno determinando negli Uffici e con una programmazione assunzionale insufficiente nei numeri e assoggettata alle tempistiche necessarie per l’effettuazione dei concorsi. Con il rischio concreto di aggravare oltre misura le condizioni di lavoro di settori perennemente sotto stress da riorganizzazione.
Pertanto la FP CGIL, nel riservarsi ulteriori valutazioni in ordine alla fase di predisposizione dei Regolamenti applicativi, che chiede di avere comunque in visione preventiva, si riserva, all’esito di queste osservazioni, ed in relazione alle necessarie condizioni di garanzia da assicurare ai lavoratori coinvolti, ogni ulteriore iniziativa che valuterà di concerto con le OO.SS. CISL FP e UIL PA.
Distinti saluti
Claudio Meloni
FP CGIL Nazionale
Oggi abbiamo incontrato il Ministro On. Alberto Bonisoli in merito all’urgenza di trattare il tema della riorganizzazione del MiBAC.
Tutti insieme abbiamo espresso la nostra contrarietà rispetto al disegno complessivo che mostra uno sbilanciamento a favore delle strutture centrali e prevede una forte centralizzazione delle attività istituzionali rispetto alla periferia, con un allungamento della catena di comando attraverso la proposta di strutture interregionali (segretariati e reti museali – ex poli).
I Musei autonomi rischiano di perdere la capacità di spesa, vista la non chiara convivenza con la DG Contratti. Siamo contrari al ruolo enorme che acquisisce la DG ABAP rispetto all’attuale conformazione: si tornerebbe ad una situazione di fine secolo scorso, in una condizione di velocità amministrativa totalmente differente. Vengono soppresse le CO.RE.PA.CU. e si assiste ad una rivisitazione delle aree funzionali interne delle Soprintendenze, con forte penalizzazione delle professionalità legate alla Demoetnoantropologia. I segretariati “distrettuali”, di cui non è chiaro né il numero né la loro dislocazione geografica così come i Poli, rischiano di accentuare la difficoltà rispetto ad una diretta gestione dei siti e del territorio avendo alcuni di questi estensione interregionale. Abbiamo comunque richiesto all’Amministrazione di mantenere gli accordi di garanzia già definiti per i lavoratori coinvolti in processi di riorganizzazione.
Va fatta una riflessione approfondita, senza però precludere nessun ragionamento in merito a possibili aggregazioni, rispetto all’idea di sopprimere 4 musei autonomi (Parco dell’Appia antica a Roma, Museo di Villa Giulia a Roma, il MUCIV a Roma e le Gallerie dell’Accademia a Firenze) o anche altri differenti, solo per recuperare sedi dirigenziali per le Direzioni Generali. È necessaria maggiore chiarezza sul ruolo degli Uffici esportazione, così come delle funzioni di coordinamento delle Soprintendenze archivistiche rispetto agli Archivi di Stato.
Alla luce di quanto emerso oggi, vista anche la mancanza di un seria prospettiva di nuove immissioni di personale per far fronte agli imminenti pensionamenti (sarebbero necessarie circa 6000 assunzioni entro il 2020 e circa 8000 entro il 2021) le scriventi OO.SS. hanno richiesto all’On. Ministro di fermare il processo di riorganizzazione e l’approvazione del DPCM, definire in tempi brevi un percorso di assunzioni adeguato e di riaprire il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali e gli attori culturali per una revisione organizzativa del Ministero condivisa, partecipata e dettagliata nell’articolazione. Senza precise risposte nel senso sopra auspicato, nonostante l’apertura del Ministro di rivederci di qui ad un mese, queste OO.SS. assumeranno tutte le iniziative necessarie, senza escludere la mobilitazione.
FP CGIL CISL FP UIL PA
Claudio Meloni Giuseppe Nole’/Valentina Di Stefano Federico Trastulli
Firmato il contratto nazionale Opere valdesi per il triennio 2017-2019. Oggi infatti a Torino, presso la sede della Diaconia Valdese, è stato firmato definitivamente il contratto Opere Valdesi che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori che si occupano della tutela dei diritti di persone anziane, con disabilità e di immigrati. A farlo sapere è la Funzione Pubblica Cgil nel sottolineare come, dopo l’intesa raggiunta lo scorso 10 maggio, “il testo è stato sottoposto in queste settimane all’esame delle lavoratrici e dei lavoratori e approvato con largo consenso”.
Molte, fa sapere la Funzione Pubblica Cgil, “le novità introdotte con il nuovo contratto, tra le quali: un aumento salariale a regime di 75 euro (5,26%), nuove tutele per le fasce deboli (congedi, aspettative e permessi), il contingentamento dei rapporti di lavoro precari e atipici, il rafforzamento della contrattazione decentrata, il riconoscimento dei tempi di vestizione in orario di lavoro, l’introduzione della banca delle ore, l’aumento delle maggiorazioni per lavoro supplementare/straordinario e l’aumento delle indennità per lavoro ordinario notturno e festivo”. Per la Funzione Pubblica Cgil si tratta di “un altro importante passo per migliorare le condizioni di lavoro e assicurare dignità alle lavoratrici ed ai lavoratori del Terzo Settore, con l’adeguamento dei salari e il consolidamento dei diritti“.
In basso il testo del contratto
Manuela, come è stato entrare a far parte di questo mondo come Comandante donna?
Il Carcere di San Vittore è una delle strutture penitenziarie più complesse del Paese. È stato un compito certamente non semplice essere Comandante qui. Il mio arrivo, più che una novità, è stato – nell’ultra centenaria storia dell’Istituto – una vera e propria svolta epocale e senza precedenti alla quale, oltre a me, si sono dovute abituare le quasi duemila persone che quotidianamente lo “frequentano”. Ho il privilegio e la responsabilità di essere uno dei primi Comandanti donna. Il primo certamente di questo Istituto.
Qual è stata la reazione del personale al tuo insediamento?
Abituarsi ad una donna al comando non credo che sia stato semplice. Perché, se è certamente un dato inconfutabile che ancora oggi ai vertici delle strutture della Pubblica Amministrazione in generale e di quelle di Polizia e delle Forze Armate in particolare le donne sono una minoranza, è altrettanto vero che agli occhi di molti la connotazione femminile ed il comando sembrano due cose incompatibili. Quante volte ho visto negli occhi delle persone lo stupore, a volte addirittura lo sguardo interrogativo, nel vedere una donna con quest’uniforme. Una reazione che farebbe un po’ sorridere, se non fosse che siamo nel 2019 e che la modernità di un Paese, che ha l’ambizione di essere nelle prime file delle democrazie occidentali, non dovrebbe sorprendersi se una donna comanda la sicurezza di un carcere.
Cosa vuol dire comandare un Reparto di Polizia Penitenziaria?
Beh, non è semplice. Significa essenzialmente occuparsi della sicurezza di un carcere e di tutti coloro che lo frequentano, siano essi detenuti, poliziotti penitenziari, magistrati, avvocati, familiari dei detenuti, volontari ed altri.
Significa avere la competenza per gestire delle dinamiche dove il dato umano è il fattore prevalente nelle relazioni.
San Vittore è forse il luogo dove, più di ogni altro, il rapporto umano è l’arma più importante per affrontare le innumerevoli criticità che si presentano quotidianamente. Un contesto unico e nello stesso tempo emblematico per la situazione di cronico sovraffollamento e per i problemi strutturali legati ad un ambiente detentivo fatiscente e inadeguato.
Significa entrare in relazione con una umanità complessa composta da una popolazione detenuta altamente variegata per cultura, razza, religione e problematicità spesso legate alla tossicodipendenza e alle patologie psichiatriche.
Denominatore comune è la sofferenza e la disperazione, troppo spesso legata a situazioni gravi di disagio sociale, economico e familiare di chi, peraltro, vive la maggior parte del proprio tempo di detenzione in cella, all’interno di spazi ristretti e angusti. È difficile raccontare cosa si prova nel vedere la sofferenza di un uomo. Ancor di più, è difficile descriverne la condizione in questa situazione e capire come intervenire e motivare il personale, soprattutto quando mancano le risorse. Il ruolo del Comandante, in questo mondo così complesso, si compone di mille momenti, che vanno dalla programmazione dei servizi alla gestione dell’emergenza, valutando ogni singolo dettaglio e tutte quelle sfumature che possono essere percepite solo con una profonda passione ed un immenso rispetto per l’uomo.
Sei riuscita a scardinare questo scetticismo?
All’atto del mio insediamento mi sono subito resa conto di aver spezzato una tradizione di comandanti dai capelli corti, simbolo di ordine, vigore e forza che certamente un viso femminile non avrebbe mai potuto esprimere.
Mi sono interrogata su come avrei dovuto esercitare la mia funzione. Ho subito ritenuto che sarebbe stato controproducente riproporre un modello di comando maschile che certamente non avrei saputo interpretare, ed allora, ho deciso di fare spontaneamente il Comandante da donna. L’ho fatto con naturalezza.
Certo, all’inizio non è stato semplice. Ho percepito subito la cultura maschile e l’impostazione maschilista ed ho dovuto lavorare perché si facesse breccia in questa logica conservatrice, per cui il Comandante per antonomasia doveva essere un uomo.
Se comandare non è cosa facile, eseguire gli ordini lo è ancora di meno, soprattutto quando si ha qualche resistenza ad accettare, non tanto le disposizioni impartite, ma la figura di chi le impartisce.
Ho lottato contro gli stereotipi propri degli ambienti di caserma ed ho cercato di sgretolare quella diffidenza che ho letto negli occhi dei miei collaboratori conquistando, giorno dopo giorno, uno spazio di autorevolezza.
Ti sei domandata il perché di tanta reticenza?
Innanzitutto credo che sia stato condizionato dal contesto essenzialmente maschile, costituito per il 90% da uomini e per il 10% da donne.
Inoltre certamente ha inciso la storia. A differenza degli altri corpi di polizia, le donne sono entrate solo negli anni ‘90.
Alla luce di tali considerazioni, una possibile risposta al rifiuto l’ho trovata nella paura. Nella paura del cambiamento. Nella paura di un qualcosa di diverso, diverso dal passato e diverso da sé stessi.
Allora ho pensato che solo mettendomi al loro fianco potevo dimostrare che non vi era motivo di temere e che, se potevo mettermi in gioco io, lo potevano fare anche loro con me.
Certo, questo mi ha impegnato con enormi sacrifici, personali e familiari. Fare il Comandante in questo modo significa non risparmiarsi, avere pochissimo tempo per sé e soprattutto dedicarsi totalmente a ciò che si sta facendo, senza orari, senza spazi diversi.
Con i detenuti hai avuto la stessa difficoltà a farti accettare?

No, ho sorprendentemente constatato che un uomo in difficoltà non ha pregiudizi. Un uomo in difficoltà, evidentemente, non vede il sesso di chi gli sta di fronte, ma percepisce il senso di umanità e la sensibilità che gli comunica il suo interlocutore.
Ed è stato proprio in circostanze come queste che la femminilità del comando è stato un valore aggiunto. Ho cercato la mediazione con soggetti autolesionisti, che sono riuscita a disarmare con le parole, a volte negoziando per farmi consegnare la lametta che si erano puntati alla gola. Ho rassicurato detenuti arrampicati sui tetti dell’istituto o sui cancelli della rotonda centrale. Semplicemente usando gentilezza, umanità e garbo ho convinto detenuti a rientrare in cella o azioni di barricamento con brande ed altri oggetti posti davanti al cancello della cella. Sono intervenuta con fermezza e decisione durante risse tra detenuti all’interno dei cortili o sui piani, dove ho assistito a guerre senza esclusioni di colpi, guadagnando in termini di autostima e identità del ruolo. Sono intervenuta con molte persone affette da disturbi comportamentali e/o psichiatrici. Mi sono spesa personalmente, cercando di ascoltare, capire, comunicare con detenuti con la bocca cucita o che avevano ingerito oggetti, quali posate, pile o altro, per persuaderli ad interrompere quelle assurde manifestazioni di protesta.
Mi sono imbattuta in alcune situazioni che mi hanno sicuramente segnata, ma credo che gli stessi eventi avrebbero lasciato in me lo stesso segno, se fossi stata un uomo.
Quindi il tuo essere donna si è rivelato in molti casi un valore aggiunto.
Non ho mai pensato di snaturare la mia femminilità. La femminilità per una donna al comando è un valore che certamente non deve essere esaltato ma che, allo stesso tempo, non deve nemmeno essere forzatamente celato.
Sono convinta che gestire criticità in veste femminile significa dimostrare che la forza di un’Istituzione sta nella mente, nell’intelligenza e nella capacità di ascoltare, di intervenire.
Mi sento di dire che in linea di principio, non è possibile fare una distinzione netta tra uomini e donne. Tuttavia riconosco nelle donne una maggiore familiarità con il mondo emozionale, che le porta a sintonizzarsi più facilmente con il vissuto interiore dell’interlocutore e, pertanto, a decifrare un linguaggio emozionale spesso criptato, ponendo in essere atti, gesti e parole, capaci di mettere a proprio agio e allentare la tensione in situazioni di accesa conflittualità. La capacità di osservare, l’acume, la perspicacia di intuire, mi hanno consentito con gli anni di affermare il ruolo che oggi mi viene riconosciuto con stima e fiducia.
Tutto questo, lo confermano le attenzioni ad ora di pranzo, quando, immersa nel lavoro d’ufficio per la redazione degli atti, qualcuno bussa alla porta, solo per consegnarmi il panino che avrei scelto personalmente se mi fossi potuta recare al bar. Sono piccole cose ma hanno un grande significato.
Carcere a parte, qual è la percezione di una Comandante donna nel ‘mondo esterno’, nella vita di tutti i giorni?
Voglio rispondere raccontandovi un aneddoto. Qualche anno fa fui intervistata, insieme ad altri miei colleghi uomini, da una giornalista di una nota rivista mensile che fece un articolo sui Comandanti della Polizia Penitenziaria. Una bella occasione per far conoscere all’opinione pubblica questa sconosciuta figura professionale. Ebbene, la giornalista, e preciso una donna, strutturò tutto il suo articolo parlando ampiamente dei miei colleghi uomini. Riservò solo due righe di fantasiose ricostruzioni al mio lavoro, in cui la figura del Comandante donna di uno dei carceri più famosi d’Italia, veniva descritta come la sintesi tra una moderna Giovanna d’Arco ed una povera martire votata al sacrificio. Ovviamente nulla di vero, ma ne capisco lo scopo. Il giornale è scritto perché qualcuno lo compri e lo legga. E se la giornalista ha ritenuto di scrivere questo è perché, probabilmente, il lettore medio è più affascinato da questa fantasiosa descrizione che dalla realtà che prima ho tentato di raccontarvi a proposito del mio lavoro.
Dunque non è solo un problema culturale del posto dove si lavora o del ruolo che si riveste. È un problema di cultura nazionale. Che sia un Comandante della Polizia Penitenziaria, un Primario ospedaliero o un dirigente di una grande azienda poco importa. Se ad esserlo è una donna, la gente si stupisce ancora. Ciò significa che molto si deve ancora fare.
Venerdì 14 giugno è stato finalmente sottoscritto l’accordo per le progressioni economiche del personale del Mipaaft.
Il testo definitivo ha recepito molte delle modifiche da noi proposte ad un testo dell’Amministrazione che, a nostro avviso, oltre a non tenere conto della peculiarità del personale del MIPAAFT, caratterizzato dalla presenza di personale di diversa provenienza a seguito delle molteplici riorganizzazioni che hanno interessato il Ministero, non dava sufficienti garanzie di oggettività nei confronti dei dipendenti.
Si tratta di un accordo che garantisce una progressione economica per 902 dipendenti, ovvero il 66% degli aventi i requisiti previsti dal CCNL distribuiti proporzionalmente nelle divere aree e nei ruoli Agricoltura e ICQRF, con decorrenza 1 gennaio 2019.
L’accordo esplicita che le attuali progressioni fanno parte di un percorso che continuerà nel 2020 e 2021 con il coinvolgimento dei dipendenti che non risulteranno utilmente collocati in graduatoria in questa tornata o che non hanno ad oggi i requisiti previsti dal CCNL.
Riteniamo quindi il testo un punto di mediazione soddisfacente, e monitoreremo puntualmente lo stato di avanzamento delle procedure per la predisposizione delle graduatorie per le progressioni che dovranno essere concluse entro il 31 dicembre 2019 per consentire la decorrenza dell’inquadramento nella nuova fascia retributiva a partire dall’1 gennaio 2019.
E’ nostra intenzione inoltre aprire al più presto la trattativa sul FRD per quanto riguarda le risorse da destinare agli altri istituti previsti dal CCNL (produttività, indennità etc.) in modo da garantire ai lavoratori del Mipaaft la puntuale corresponsione delle loro spettanze, nonchè l’avvio delle trattative per il CCNI triennale anche per la parte normativa.
In allegato trovate il testo dell’accordo sottoscritto per la diffusione sui posti di lavoro.
Anna Andreoli
FP CGIL Nazionale
Funzioni Centrali
Pubblichiamo la convenzione emanata dalla Direzione Centrale per le Risorse Logistiche e Strumentali riguardo l’acquisto di auto FCA
Pubblichiamo la circolare di riferimento per la convenzione di telefonia mobile TIM e la relativa regolamentazione, emanata dalla Direzione Centrale per le Risorse Logistiche Strumentali
Pubblichiamo la circolare della Direzione Centrale per le Risorse Umane in riferimento alle assenze per malattia