fuori a metà

Teresa, Sonia e Giuseppe si occupano di dare a chi commette un reato una possibilità di riscatto. Sono le lavoratrici e i lavoratori dell’esecuzione penale esterna: assistenti sociali e poliziotti penitenziari. 1.300 con 94 mila soggetti a carico. Una situazione ai margini del possibile che hanno voluto raccontarci.

 

L’esecuzione penale esterna è quel segmento che offre, per i reati minori, un’alternativa al carcere e che mira, attraverso il controllo e l’assistenza, alla rieducazione al reinserimento del reo nella società. Una misura in aumento, passando da 32 mila persone nel 2015 a oltre 55 mila nel 2019, a fronte di appena 1.299 lavoratori del settore. Un bilancio destinato a peggiorare a causa dei prossimi pensionamenti dovuti all’età media elevata nei servizi sociali e a Quota 100. Una situazione grave cui si prova a sopperire ricorrendo al volontariato. Teresa, Sonia e Giuseppe sono tre lavoratori che si occupano di esecuzione penale esterna e che hanno voluto raccontarci la loro professione.

 

“Mi ha fatto riflettere accorgermi che i figli erano diventati come i padri”
Teresa, assistente sociale del Centro di Giustizia Minorile di Napoli

“Ho lavorato per più di 30 anni presso l’Uepe di Napoli e da circa tre settimane sono al Centro di Giustizia Minorile. Questo cambiamento è stato per me motivo di grande riflessione, per una ragione: aprendo i fascicoli dei minori mi sono accorta che quei minori fossero i figli di giovani donne e uomini che avevo seguito 25 anni prima. I padri una volta erano i figli, e i figli erano diventati come i padri.

Questo rende chiara una consapevolezza: non si può pensare di intervenire in modo frammentato sul degrado sociale e familiare di alcune realtà. Per rovesciare davvero il destino scritto di queste famiglie ci vorrebbe un intervento a 360 gradi di tutte le istituzioni, di tutta la società civile.
Se quei ragazzi che avevo conosciuto 25 anni fa fossero stati presi in carico da tutta la società civile, forse oggi quei figli non avrebbero seguito le stesse orme dei genitori.
Un detenuto costa circa 200 euro al giorno, un minore in comunità tra i 92 e i 108 euro. Con queste cifre, quante cose si potrebbero fare nella prevenzione? Quanto benessere si potrebbe garantire?

Io credo che il nostro sia un lavoro bellissimo nel quale bisogna dare senza riserva. Ma i numeri dell’Esecuzione Penale Esterna sono tali che ciò è reso impossibile. Non solo come personale, ma anche come carichi e condizioni di lavoro: uffici fatiscenti, strumenti obsoleti, servizi igienici malfunzionanti. Non si può approfittare dell’attaccamento al proprio compito istituzionale; occorre dare dignità al lavoro di tutti”.

Teresa - Fuori a metà

“Convincere le persone a venire da noi e a raccontare la propria storia personale, è complicato. Ci vivono come persone che si intrufolano in maniera prepotente nella loro vita”
Sonia, assistente sociale dell’Uepe di Roma

“Il nostro è un mestiere difficile, usurante. Un mestiere in cui ogni giorno assisti alla visione di vite sprecate, di storie terribili. E devi comunque saper conservare quella visione ottimistica e di fiducia nella capacità degli uomini di fare scelte di senso, di riprendere in mano la propria vita e di cambiarla. Una missione, molto più che un mestiere. Per fare questo lavoro devi crederci davvero, devi credere davvero che la pena non sia pura afflizione ma un’occasione per riqualificarsi.

I fascicoli delle persone che seguiamo sono messi in ordine di priorità. Ma nel nostro lavoro la persona umana conta più delle carte. Se ho un ragazzo in carcere che fa sciopero della fame perché non può seguire la scuola io devo poter intervenire, al di là dell’ordine dei miei fascicoli. Con gli adulti poi è ancora più difficile. Convincerli a venire da noi, a raccontare la propria storia personale, è molto complicato. Va fatto in maniera delicata. Ci vivono come persone che si intrufolano in maniera prepotente nella loro vita.

Ma ci troviamo ogni giorno costretti a combattere con condizioni di lavoro difficili. Siamo pochi e con carichi di lavoro pesanti: il numero di utenti aumenta e anche le misure di cui ci dobbiamo occupare. Se vogliamo davvero perseguire gli obiettivi tipici del nostro lavoro, ci va restituita una dignità professionale”.

Sonia - Fuori a metà

 

“Assistenti sociali e poliziotti penitenziari, la nostra è una sinergica azione con un unico grande obiettivo comune: il reinserimento della persona”
Giuseppe, Poliziotto Penitenziario, Centro di Giustizia Minorile dell’Aquila

Giuseppe - Fuori a metà“La creazione di un unico Dipartimento ha aperto la strada alla costruzione di un percorso di inclusione sociale per adulti e minorenni, coinvolgendo diverse figure professionali: esperti in materie psicologiche e sociali, nonché la Polizia Penitenziaria. Una sinergica integrazione di tutti gli interventi, senza dover snaturare le competenze di ognuno di noi, fino al raggiungimento di un unico grande obiettivo comune: il reinserimento e il controllo sociale dell’affidato.

Il poliziotto penitenziaria non dovrà più essere visto come mero custode della struttura che garantisce sicurezza interna, ma come un vero e proprio protagonista del sistema, che partecipa attivamente a tutte le fasi che accompagnano l’affidato nella sua misura.

Sento doveroso lanciare un appello affinché tanto il Governo quanto la nostra Amministrazione diano la giusta forza di investimento per garantire questo rinnovamento, con una linfa nuova, che dia spessore al lavoro in questo settore”.

Donne della Polizia Penitenziaria in netta minoranza, con pochi posti disponibili nei concorsi, escluse dai percorsi di carriera. Cosa vuol dire essere donne poliziotte, in un ambiente da sempre maschile

 

Come vive una donna che lavora in un carcere? Con quali condizioni di lavoro ha a che fare ogni giorno? Cosa vuol dire lavorare in un ambiente che negli anni è sempre stato caratterizzato da una presenza prettamente maschile? Esiste la tanto decantata parità di genere nel mondo del lavoro e, in particolare, in quello delle donne in divisa? Questi gli interrogativi dai quali siamo partiti e che ci hanno portato a costruire un’idea di parità, umana e professionale, che abbiamo deciso di condividere, domani, a Milano, nel Carcere di San Vittore, con un’iniziativa targata Fp Cgil dal titolo ‘Oltre le sbarre, il lavoro delle donne in divisa’.

 

Donne e lavoro.

Purtroppo viviamo in un Paese in cui, più che nel resto dell’Europa, si scontano importanti disparità di condizioni tra i generi. Assistiamo sempre più spesso, negli ultimi mesi, a iniziative della politica che, di fatto, minano le libertà e i diritti individuali delle donne, ad un arretramento culturale che rafforza un modello di società patriarcale. Questo ‘modus pensandi’ si riversa inevitabilmente nel mondo del lavoro, tutto. A partire dalle retribuzioni. Lo scenario italiano infatti è quello di donne mediamente molto più istruite dei colleghi uomini, ma con salari inferiori, a parità di occupazione e di mansioni, nonostante le più elevante competenze. Secondo gli ultimi dati Istat, relativi al 2018, lo scarto di retribuzioni tra uomini e donne sfiora il 30%.

 

La maternità.

A maggior ragione la maternità è implicitamente considerata, in Italia, un evento personale e legato alla vita privata – e, diciamocelo, un inconveniente per il datore di lavoro – piuttosto che una risorsa per il Paese, che in fondo non è altro che una macchina che si mette in moto e si alimenta, di generazione in generazione. E’ di conseguenza considerato un costo quello per i servizi a sostegno delle famiglie, piuttosto che un investimento. Secondo i dati Istat, infatti, sono il 27% le madri che lasciano il lavoro per prendersi cura dei propri figli, contro il solo 0,5% degli uomini nella stessa condizione.

 

Le donne della Polizia Penitenziaria.

Non è difficile immaginare quanto possa essere enormemente più complicato per tutte quelle donne che trascorrono gran parte della propria giornata, ogni giorno, in ambienti di lavoro in cui la presenza maschile è predominante. La presenza di donne nel corpo di polizia penitenziaria è una novità introdotta appena 29 anni fa con la Legge 395 del 1990 e rappresenta oggi il 9% del personale tra gli agenti (il 7% tra i sovraintendenti e il 12% tra gli ispettori). Questa è una conseguenza anche della normativa vigente secondo cui “il personale del corpo di polizia penitenziaria da adibire ai servizi in Istituto all’interno delle sezioni deve essere dello stesso sesso dei detenuti”. E se consideriamo che la popolazione carceraria è costituita da circa 55 mila detenuti uomini e da sole 2.228 detenute donne (dati del 2017), va da sé che la presenza maschile è quasi esclusiva.

Ma è davvero quella vigente l’unica modalità possibile? Eppure questo non vale per tutte le legislazioni. Ci sono infatti esperienze europee (come quelle di Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Francia e Germania) in cui le donne della Polizia Penitenziaria sono ammesse anche nelle sezioni maschili, salvo che per le operazioni di perquisizione dei detenuti. Queste esperienze ci insegnano che aumentare il numero di donne nel corpo di Polizia Penitenziaria, se fatto con criterio, è possibile. C’è poi da considerare che l’Italia esclude attualmente le donne non solo dai ruoli che operano all’interno delle sezioni detentive, ma anche da ruoli e mansioni che non prevedono il lavoro in sezione: ispettori e sovrintendenti. Gli ultimi concorsi per accedere ai suddetti ruoli, infatti, hanno previsto soli 172 posti femminili per i sovrintendenti, pari al 6% (contro 2.679 posti maschili) e 35 posti femminili per gli ispettori pari al 5% (contro i 608 maschili). Per gli agenti la percentuale aumenta al 22%, con 196 agenti donne e 678 agenti uomini.

 

Le condizioni di lavoro.

Quanto detto fino adesso tocca solo questioni numeriche, c’è poi tutta la questione di come si lavora nelle carceri. Un ambiente storicamente maschile ha mantenuto in sé una serie di aspetti organizzativi e pratici, oltre che psicologici e umani, che rendono difficile il clima per le donne poliziotte. Nelle carceri, per esempio, non ci sono spogliatoi, bagni, armadietti e stanze per il pernottamento che siano riservati alle sole donne. Mancano misure di flessibilità di orari e turni per armonizzare quanto più possibile la conciliazione della vita personale con il lavoro. Sono tanti gli aspetti che fino ad oggi non sono stati curati e che meritano invece la giusta attenzione.

 

Per questo la Fp Cgil ha deciso, attraverso questa iniziativa, di sensibilizzare la politica a questo tema e di avanzare delle proposte, contenute nella Piattaforma per le pari opportunità, che permetterebbero a tutto il personale di Polizia Penitenziaria, uomini e donne, di vivere in armonia, nel rispetto e nella realizzazione personale e professionale. Nel corpo di Polizia Penitenziaria vi è una discriminazione verso le donne sostanziale rispetto a quanto avviene negli altri corpi di polizia. “Siamo convinti – commenta il sindacato – che una maggiore presenza femminile in ambienti così chiusi e delicati possa dare un contributo importante, rendendoli più sereni e vivibili. Non possiamo fare passi indietro, dobbiamo procedere in avanti, in direzione di una parità di opportunità tra uomini e donne che è da ritenersi civile”.

 

Le donne in divisa si raccontano:

 


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“È giunto il momento di portare la parità di genere in quei posti di lavoro, come quello del Corpo di Polizia Penitenziaria, da sempre caratterizzati da una presenza prevalentemente maschile. È un’evoluzione civile dovuta”. Questo lo spirito con il quale ieri la Funzione Pubblica Cgil si è recata al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria per incontrare il capo del Dipartimento, Francesco Basentini, e avanzare delle proposte “nella direzione del buon senso”.

 

Tanti gli aspetti sui quali è necessario lavorare, secondo la Funzione Pubblica Cgil. Primo tra tutti le assunzioni al femminile. Infatti al momento è prevista nel Corpo di Polizia Penitenziaria una presenza di donne pari al numero di detenute, attualmente appena il 5%, limite posto solo in questo Corpo. Non si tiene conto di tutti quei ruoli che non prevedono il lavoro con i detenuti, per i quali i concorsi sono aperti ai soli uomini. “Percentuale veramente bassa e misura priva di buon senso. Per questo stiamo lavorando nella direzione di calibrare una proposta assunzionale che tenga conto sì delle specificità e criticità dei ruoli e delle situazioni di pericolo potenziale, ma anche dell’importanza di dare alle donne l’opportunità di svolgere questo lavoro”. Altrettanto importante, fa sapere il sindacato, è la previsione di un’assistenza psicologica per i dipendenti degli istituti penitenziari, che chiaramente si rivolga indistintamente a uomini e donne. “Un atto di civiltà che tarda fin troppo ad entrare nella realtà delle carceri”. In seguito la Fp Cgil chiede un adeguamento delle strutture e dei servizi: bagni, docce e servizi igienici per le lavoratrici, stanze per il pernottamento, spogliatoi e armadietti personali, che al momento sono condivisi tra colleghe donne e colleghi uomini. Altro aspetto è quella della tutela delle lavoratrici madri, attraverso una serie di misure di flessibilità di orari e turni, prevedendo anche delle agevolazioni per quanto riguardo gli asili nido delle strutture. Infine non va trascurata la formazione e la sensibilizzazione al tema della parità di genere, possibile attraverso percorsi formativi specifici rivolti non solo alle lavoratrici ma anche a lavoratori e dirigenti. Tutti questi elementi di novità dovranno essere accompagnati dal monitoraggio del Comitato per le pari opportunità e da un lavoro di ricerca e rendicontazione delle condizioni e del clima sul posto di lavoro, con particolare attenzione al tema della prevenzione e della lotta alle molestie sessuali.

Questa la sintesi della proposta della Funzione Pubblica Cgil avanzata ieri al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, con la promessa di un nuovo incontro per continuare a discutere della questione e delineare in modo sempre più definito le misure più adeguate a garantire le pari opportunità all’interno del Corpo di Polizia Penitenziaria.

 

Leggi le nostre proposte

Trend in aumento: misure insufficienti, serve maggiore attenzione al tema

Decine di suicidi e migliaia di aggressioni, con numeri in continuo aumento: accade nelle carceri italiane, vittime gli agenti di polizia penitenziaria. Sono, infatti, 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite negli ultimi cinque anni dai poliziotti penitenziari. Un trend in aumento che svela tra le righe le reali condizioni di lavoro del corpo, al limite delle possibilità. Questo il fenomeno registrato da dati ufficiali raccolti dalla Funzione Pubblica Cgil Polizia Penitenziaria. Un nuovo step della campagna della categoria dietro le parole ‘dentro a metà’ lanciata proprio per mostrare le condizioni di vita e di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria.

Tra il 2013 e il 2017, in soli cinque anni, secondo i dati raccolti dalla Fp Cgil Pol Pen, 35 sono stati i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita, il più delle volte con l’arma di ordinanza. Le aggressioni invece arrivano a 2.250, nello stesso periodo di riferimento. Un fenomeno che appare essere “in forte aumento”, tenendo conto delle 344 violenze registrate nel 2013 a fronte delle 590 del 2017.

“Dati che segnalano una condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità”, commenta Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, nel sottolineare che: “La cosa che preoccupa di più è che l’amministrazione penitenziaria non ha risposto alla nostra pressante richiesta di avviare un confronto su una situazione lavorativa la cui gravità non può essere ignorata. Benessere e sicurezza devono diventare priorità nella gestione delle carceri del nostro Paese”.

“Non si può pensare di contrastare il fenomeno dei suicidi solo con l’istituzione di un numero verde. Tanto per cominciare servono presidi su tutto il territorio nazionale”, osserva Prestini nel ricordare che la risposta dell’amministrazione penitenziaria per contrastare il fenomeno è stata l’istituzione di una linea telefonica presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma a cui il personale può rivolgersi per consulenze.

Quella dell’aumento delle aggressioni subite dal personale, fa sapere Prestini, “non è altro che una conseguenza della decisione di tenere le celle aperte nelle carceri e di non impegnare i detenuti in alcun tipo di attività durante tutta la giornata. Se si vuole attuare un nuovo tipo di vigilanza serve più personale nelle carceri, supporto tecnologico per la vigilanza e soprattutto attività lavorative che possano favorire il reinserimento sociale del reo”. Per queste ragioni, conclude Prestini, “se il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non affronterà il problema, le condizioni delle carceri saranno destinate a peggiorare, riportandoci alla situazione di illegittimità sanzionata in un recente passato dall’Europa”.

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